Italia: la crisi c'è
Dall'inizio della recessione il nostro paese ha vissuto gravi problemi, non a causa di fallimenti bancari o bolle speculative come si è verificato all'estero, ma per la flessione del suo export e la conseguente perdita vissuta dal comparto industriale poi trasmessa a tutti gli altri settori.
L'Ocse nel suo ultimo rapporto "Employement outlook" stima all'8,7% il tasso di disoccupazione in Italia ma il dato non tiene conto dei tanti cassintegrati.
Si tratta del 4% della popolazione che tra breve potrebbe far alzare la percentuale dei senza lavoro al 12% (16,5% secondo Bankitalia).
Il fenomeno è particolarmente grave perché la ricerca Ocse conferma che negli altri paesi europei, a differenza del nostro, la richiesta di tutela sta diminuendo: per restare solo all'ultimo mese in Italia sono state autorizzare ben 71% di ore di cassa integrazione in più rispetto al 2009.
I dati occupazionali sono tuttavia secondari se letti anche nel contesto Ocse (paesi maggiormente industrializzati), che attualmente registra 47 milioni di persone in cerca di lavoro, mentre è più preoccupante la qualità dell'occupazione nel nostro paese. Non solo siamo il paese europeo con la più alta percentuale giovanile di disoccupazione: un giovane su quattro non ha lavoro, e quasi uno su due è precario ma le prospettive per il futuro non sembrano essere rosee.
Altro dato che emerge dallo studio dell'Ocse è il numero dei "sottoccupati" presenti nell'area dei paesi maggiormente industrializzati che, sommandosi ai senza lavoro, raggiungono all'incirca gli 80 milioni di persone.
Si tratta di tutte quelle persone che sono "costrette a lavoro part time" senza volerlo o che hanno smesso di cercare lavoro.
Ultimo cifre ma non meno importanti siamo tra le nazioni con i salari più bassi di tutto il mondo Occidentale. Nel 2008 (ultimo anno censito) il salario medio nel nostro paese è stato di 30.794 dollari rispetto alla media Ocse di 41.000 dollari; guadagniamo la stessa cifra dal 1999. Siamo inoltre tra i paesi occidentali dove mediamente si lavora di più (abbiamo superato anche i giapponesi che in compenso hanno uno stipendio estremamente più alto del nostro).
La situazione quindi non è rosea come sostiene qualcuno ma ha delle gravi criticità: il problema dei senza lavoro e di chi ha cattivo lavoro, il difficile collocamento dei giovani, le nostre scarse disponibilità salariali per consumi e acquisti unite al nostro gravissimo debito pubblico e al cattivo sistema amministrativo costituiscono degli svantaggi enormi che ostacolano anche rispetto agli altri paesi le nostre reali possibilità di ripresa.
L'Italia tuttavia non è un paese allo sbando, non ha i conti della Grecia e possiede enormi potenzialità che con le opportune scelte economiche possono innestare un meccanismo virtuoso e di incalcolabile crescita.
Certo la crisi c'è e si vede, sta alla nostra classe dirigente prenderne atto e delineare una politica in grado di invertire la nostra struttura economica e sociale invece che continuare ad indicare le chimere dei semplici correttivi.
In questa difficile lotta, che non è semplicemente di interessi economici, ma di cultura e di idee anche noi soci e lavoratori siamo chiamati a fare la nostra parte dando piena testimonianza del modello produttivo e solidaristico che ci caratterizza.
È necessario ripensare l'Italia, e l'economia sociale, da sempre settore d'avanguardia e al tempo stesso originalissimo della nostra storia, è chiamata dare un contributo.
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