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La medicina preventiva

Medicina preventiva

Medicina preventiva

L’importanza della prevenzione

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità  l’86% dei decessi, il 77% delle perdite di anni di vita in buona salute ed il 75% delle spese sanitarie in Europa ed in Italia sono causati da alcune patologie (malattie cardiovascolari, tumori, diabete mellito, malattie respiratorie croniche, problemi di salute mentale e disturbi musco-scheletrici) con fattori di rischio modificabili come il fumo di tabacco, l’obesità, l’abuso di alcol, lo scarso consumo di frutta e verdura, la sedentarietà, l’eccesso di grassi nel sangue e l’ipertensione arteriosa. Va da sé che eliminando i fattori di rischio si potrebbe evitare almeno l’80% di tutti i casi di cardiopatia, ictus, diabete di tipo 2 ed inoltre si potrebbe prevenire più del 40% dei tumori. Il ruolo della prevenzione è quindi molto importante. La prevenzione primaria agisce prima della comparsa della malattia, tende ad impedire l’esposizione ad un fattore di rischio, ad esempio il consiglio di non fumare; impedisce gli effetti dell’esposizione ad un fattore di rischio; agisce sull’ambiente con azioni di bonifica, come la rimozione dell’amianto e, sull’uomo, l’educazione sanitaria. La prevenzione secondaria agisce durante il periodo di latenza clinica della malattia attraverso un accertamento diagnostico precoce che ne consente la messa in evidenza in una fase asintomatica. La prevenzione terziaria agisce dopo l’insorgenza della malattia con interventi tesi al recupero ed alla riabilitazione.

I dati di una ricerca

Uno studio pubblicato su “Circulation: Cardiovascular Quality and Outcomes” dai ricercatori della University of North Carolina di Chapel Hill (Usa),ha dimostrato come l’impegno di assumere un medicinale influisca sulla qualità della vita degli individui, tanto che alcuni preferiscono correre il rischio di ammalarsi. Per la ricerca gli esperti hanno intervistato, tramite un sondaggio su internet, 1.000 persone dell’età media di 50 anni. I partecipanti dovevano dichiarare se avrebbero accettato di rinunciare ad alcune settimane di vita, pur di non dover prendere, ogni giorno, una pastiglia per i disturbi cardiovascolari. È emerso che più dell’8% degli intervistati era disposto a rinunciare fino a 2 anni di vita per evitare di prendere il medicinale. Circa il 21% avrebbe ceduto tra una settimana e un anno di vita, mentre il 70% avrebbe accettato di prendere la pillola. L’indagine, di cui ha parlato Il Sole 24 Ore Sanità ha anche messo in evidenza che il 13% del campione avrebbe acconsentito di correre un rischio minimo di morte per non dover assumere la pastiglia. Il 9%, invece, avrebbe accettato un rischio pari al 10%, mentre il 62% non avrebbe corso alcun rischio. Infine, è emerso che il 21% dei partecipanti ha dichiarato che avrebbe pagato 1.000 dollari o più per poter evitare di prendere il farmaco per il resto della sua vita, mentre il 43% non avrebbe pagato nessun importo. “Lo scopo dello studio – spiega Robert Hutchins, che ha guidato la ricerca -, era quello di misurare quanto l’assunzione quotidiana di una pillola, che implica la necessità di procurarsela, di ricordarsi di prenderla e, quindi, di assumerla, interferisca sulla qualità della vita di una persona. Al di là degli effetti del medicinale, doverlo ingerire ogni giorno può avere un grande effetto sulla qualità dell’esistenza di un individuo”.