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Schizofrenia: aspetti diversi da cultura a cultura

John Nash, il matematico americano affetto da una forma di schizofrenia la cui storia è stata raccontata dal film "A Beatiful Mind"*

John Nash, il matematico e premio nobel americano affetto da una forma di schizofrenia la cui storia è stata raccontata dal film “A Beatiful Mind”*)

Le “voci interiori” cambiano a seconda della cultura

Uno degli aspetti della schizofrenia è l’ascolto di voci interiori. Uno studio recente rivela come l’esperienza patologica della schizofrenia sia più positiva in India e Ghana rispetto gli Usa. La cultura ha quindi un ruolo determinante. Il cinema ci riporta a John Nash, nel film ispirato alla sua vita “A beautiful mind”. John per tutta la vita è accompagnato da Charles, il suo unico amico, e William Parcher un misterioso personaggio del governo americano. Solo in seguito si capisce che sono entrambi frutto di allucinazioni dovute alla sua malattia. Nash infatti, brillante matematico ed economista statunitense, vincitore del premio Nobel per l’economia nel 1994, ha sofferto di una grave forma di schizofrenia, con la quale alla fine è riuscito a convivere. In un articolo pubblicato sul British Journal of Psychiatry, i ricercatori della Stanford University, in California hanno spiegato come la cultura influenzi l’esperienza della allucinazioni uditive nelle persone affette da schizofrenia.

L’influenza dei luoghi, dello spazio e dell’ambiente

Chi soffre di schizofrenia ha occhi sull’ambiente naturale che lo circonda e interpreta di conseguenza l’origine delle voci in modo differente a seconda del luogo in cui vive. Negli Stati Uniti, riporta la ricerca, l’esperienza è vissuta come qualcosa di negativo e le voci spesso accusano o provocano le persone affette da questo disturbo, con modalità aggressive. In India e in Ghana invece le persone affette da schizofrenia vivono la stessa esperienza in maniera mediamente più positiva: i pazienti riferiscono di sentire un amico o un parente o una divinità che dà consigli per proteggere e indirizzare l’azione in modo positivo. I ricercatori sono arrivati a questa conclusione dopo aver sottoposto a una serie di interviste note in letteratura, tre differenti gruppi di venti persone ciascuno, provenienti da San Mateo in California, Usa, Accra in Ghana e Chennai in India.

La ricerca sui pazienti affetti da schizofrenia

Nel gruppo dei pazienti americani, si legge anche su Linkiesta, che ha parlato della ricerca, quattordici hanno raccontato di sentire voci che dicono loro di ferire altre persone o se stessi, mentre per cinque le voci descrivono scene di guerra. Le allucinazioni uditive sono spesso violente, come si legge nello studio «parlano di torture, o incitano le persone a compiere azioni terribili, come usare una forchetta per togliere un occhio a qualcuno, o rompergli la testa per bere il suo sangue». E nessuno dei pazienti negli Stati Uniti ha riportato esperienze uditive positive. Questo perché «nel campione americano la voce è vissuta come un’intrusione nel proprio spazio mentale perché nella loro cultura l’individuo si percepisce come un’entità autonoma che vuole mantenere il controllo della propria mente. Sentire una voce esterna è un’aggressione alla propria identità, qualcosa fuori dal proprio controllo. Di conseguenza l’esperienza delle voci è negativa, e la voce è un qualcosa che opprime la persona. C’è da ricordare inoltre che, nonostante le voci possano avere contenuti aggressivi, le persone affette da schizofrenia non sono necessariamente pericolose e che sono più spesso vittime che attori di violenze, contrariamente agli stereotipi diffusi nella popolazione».

A differenza degli americani, più individualisti e indipendenti, nelle culture orientali e africane c’è una maggior apertura ai rapporti sociali e alla condivisione. È per questo motivo che l’esperienza della voce viene vissuta come un estensione della già fitta rete sociale del paziente affette da schizofrenia. I partecipanti allo studio hanno dichiarato di avere un rapporto talmente positivo con le proprie voci, da non collegarlo nemmeno alla diagnosi di disturbo fatta dal medico. «Per lo più si tratta di voci positive: ho un amico con cui parlare senza dover uscire di casa» ha spiegato ridendo un partecipante dello studio del Chennai. In India tredici pazienti hanno spiegato di sentire voci di parenti o coniugi che danno loro consigli, rimproveri o comandi, e in generale, anche se non possono controllarle, queste voci sono piacevoli. Solo quattro di essi hanno dichiarato di sentire voci che ogni tanto chiedono loro di far male a qualcuno. In Ghana invece, dove l’esperienza religiosa è più forte, sedici pazienti hanno riferito di associare queste voci a Dio o un’altra divinità e dieci hanno descritto le allucinazioni come un qualcosa di positivo. Solo due persone hanno riferito di sentire voci che li incitavano a uccidere o combattere. «In questi paesi la persona sperimenta più frequentemente le voci come se fossero delle entità con le quali avere una relazione» sottolinea Rapisarda. «Il punto di partenza in realtà è simile per tutti e tre i gruppi – e un po’ in tutto il mondo: una persona può sentire voci che dicono sia cose positive sia negative. Inoltre lo stesso soggetto può sentire più voci, come se ci fosse una folla nella sua testa composta da persone diverse. Poi però la positività o meno dell’esperienza, dipende da come queste persone reagiscono alla presenza delle voci».

Riuscire a convivere con le allucinazioni uditive ha però un effetto positivo sulla malattia stessa. Tant’è che la schizofrenia tende a essere più grave e a durare più a lungo negli Stati Uniti rispetto l’India, come spiega la stessa autrice del lavoro Luhrmann. I risultati dello studio quindi non fanno che confermare un innovativo approccio sviluppato in occidente, chiamato Hearing Voices Movement, che insegna alla persone a interagire in modo costruttivo con le proprie voci.

Questo approccio, seppur in maniera limitata è utilizzato anche in alcune strutture in Italia, come spiega Rapisarda: «Molti interventi psicoterapeutici evidence based prevedono dei momenti in cui ai pazienti viene insegnato a rapportarsi con le voci. Quello che autonomamente le persone fanno in Ghana e in India, noi in occidente lo insegniamo ai pazienti, perché stabilire una relazione non conflittuale con la propria voce può avere dei risvolti positivi sulla persona stessa».

«Una persona a un certo punto sente una voce – e la sente davvero perché ci sono degli studi che dimostrano che la corteccia uditiva della persona si attiva – e si deve pur dare una spiegazione» conclude lo psicologo. «Siccome non vede nessuno che gli parla inizia a pensare che sia Dio che parla e così via. Quello che si fa in terapia è cercare di capire il punto di vista della persona, invitarla a parlarne (spesso tendono a nasconderlo per non essere giudicati ed emarginati) e poi piano piano si porta il soggetto a mettere in discussione il modo di gestire questa voce, per avere un dialogo con essa. È un percorso lungo, ma quando si riesce a portarlo avanti dà risultati positivi».

 

Foto :  “John Forbes Nash, Jr. by Peter Badge” di Peter Badge / Typos1 – OTRS submission by way of Jimmy Wales. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons