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Gara Cup, un bando con sempre più ombre

La sede della Regione Lazio: il bando per la gestione dei Cup non prevede clausole sociali e non vieta il massimo ribasso, come invece vogliono Governo, Parlamento Anac ed esperti

La sede della Regione Lazio: il bando per la gestione dei Cup non prevede clausole sociali e non vieta il massimo ribasso, come invece vogliono Governo, Parlamento Anac ed esperti

Governo, Parlamento, Anac ed esperti: tutti controcorrente rispetto alle scelte della Regione Lazio su massimo ribasso e clausole sociali

Sul bando centralizzato per la gestione di Cup della Regione Lazio molte novità. Praticamente nessuna viene però dalla Pisana. Il 6 ottobre c’è stata infatti la prima riunione, interlocutoria e preliminare, del tavolo tecnico paritetico tra Regione e Sindacati, subito rinviata a lunedì di questo stesso mese per discutere del numero di persone interessate dagli ancora ipotetici provvedimenti di tutela proposti il 22 settembre dalla Cabina di regia della Sanità del Lazio. Nessun passo indietro dalla Pisana rispetto all’impianto del bando che, oltre a tagliare del 20% il monte ore lavorativo rispetto a quello attuale, consente di fatto il massimo ribasso e non prevede clausole sociali. Solo qualche giorno prima, però, è arrivata dalla Commissione Ambiente della Camera alla camera l’approvazione dell’«Emendamento Maestri» che rafforza e definisce in maniera ancora più precisa e specifica le clausole sociali – già inserite nel passaggio in Senato per salvaguardare l’occupazione degli addetti già impiegati ed i livelli occupazionali in caso di cambio dell’impresa appaltatrice – all’interno del Disegno di Legge Delega sugli Appalti Pubblici, il nuovo codice unico degli appalti previsto dal Decreto Competitività.

Patrizia MAestri, Deputato del Pd, si è battuta strenuamente per l'inserimento delle clausole sociali nel nuovo codice degli appalti per evitare distorsioni del Jobs Act a danno dei lavoroatori

Patrizia Maestri, deputato del Pd, si è battuta strenuamente per l’inserimento delle clausole sociali nel nuovo codice degli appalti per evitare distorsioni del Jobs Act a danno dei lavoroatori (parmareporter.it)

“Si tratta – ha spiegato la deputata alla stampa la deputata parmigiana del PD Patrizia Maestri che ha lavorato intensamente a migliorare il testo già rilasciato dal Senato – di un impegno che ho assunto con la presentazione alla Camera, del protocollo sottoscritto dal Comune di Fidenza con le organizzazioni sindacali e che sono felice abbia incontrato la piena condivisione del Governo e della Commissione. Quello delle «clausole sociali» è un principio già codificato in alcuni contratti di settore ma che, con l’approvazione del mio emendamento, potrà essere esteso a tutte le tipologie di appalto, introducendo un importante elemento di tutela occupazionale”.
Sempre in tema di appalti, nei giorni scorsi, l’On.le Maestri ha presentato al governo un’interrogazione sull’utilizzo improprio dello sgravio contributivo triennale da parte di alcune imprese che attuano in questo comportamenti elusivi per godere impropriamente del vantaggio fiscale. Questo soprattutto per alcune imprese subentranti in attività di appalto per le quali potrebbe risultare più conveniente licenziare il personale proveniente dall’impresa cessante per procedere a nuove assunzioni, beneficiando dello sgravio. Palazzo Chigi ha risposto che in questo senso sono in atto controlli in tutta Italia e che sono già stati revocati i benefici del Jobs Act a numerose imprese che lo hanno utilizzato in modo scorretto.
Quindi, mentre la Regione Lazio ha emesso un bando in cui le clausole sociali sono assenti e in cui, oltretutto, si permette, anche se in forma subdola e mascherata, il “massimo ribasso” proprio sulle risorse umane, il potere legislativo e quello esecutivo dicono e fanno qualcosa di ben diverso.

Alfonso Fuggetta, informatico, docente del Politecnico di Milano ed espperto di innovazione tecnologica nella pubblica amministrazione , definisce il massimo ribasso una "iattura"

Alfonso Fuggetta, informatico, docente del Politecnico di Milano ed esperto di innovazione tecnologica nella pubblica amministrazione, definisce il massimo ribasso una “iattura”

Per rimanere in tema è poi utile citare un interessante articolo sul tema pubblicato sul webzine di tecnologia ed innovazione techeconomy.it dal Professor Alfonso Fuggetta, ordinario del politecnico di Milano ed esperto di innovazione nella pubblica amministrazione, che definisce il massimo ribasso una vera e propria “iattura” per l’Italia dell’innovazione e dell’alta tecnologia nel pubblico.
Nell’articolo Fuggetta spiega, con estrema chiarezza, come – nell’ambito dell’Ict, ma il ragionamento può essere esteso a tutte le attività a contenuto intellettuale – la fornitura di manodopera non possa essere considerata una commodity, ovvero l’acquisto di servizi come telefonia, internet, acqua, luce, gas, combustibile o riscaldamento, per le quali a parità di quantità è logico il prezzo più basso, infatti “comprare al massimo ribasso [servizi a contenuto intellettuale evoluti: NdR] è demenziale perché ci si illude di spendere meno al momento della stipula del contratto mentre, in realtà, o si finisce per spendere complessivamente di più oppure si sprecano soldi senza ottenere i risultati voluti”.
Il docente milanese rincara poi la dose denunciando come il massimo ribasso precarizzi i giovani, svaluti le competenze e che “la deresponsabilizzazione di chi non sa comprare e gestire la complessità non può che condurre a risultati disastrosi. In secondo luogo, la pressione innaturale e distorsiva su tariffe e costi non può che generare meccanismi spesso fraudolenti o al limite del legale per comprimere o «taroccare» rendicontazioni e costi, a scapito della qualità dei risultati e spesso dei diritti sindacali delle persone”.
“Si tratta di un fenomeno sostanzialmente italiano che non trova riscontro, quanto meno in questa forma e misura, negli altri paesi occidentali (e non solo): è sufficiente provare ad acquisire commesse in USA o UK per rendersene conto”, conclude infine amaramente l’esperto.

Francesca Danese, assessore alle politiche sociali del Comune di Roma, esprime in un intervista a vita tutte le sue preoccupazioni sullasituazione della cooperazione sociale ed integrata nelle Capitale

Francesca Danese, Assessore agli Affari Sociali del Comune di Roma, esprime in un intervista a Vita tutte le sue preoccupazioni sulla situazione della cooperazione sociale ed integrata nelle Capitale

Dall’Ict, però torniamo in casa nostra, quella della cooperazione sociale ed integrata di tipo B, del Terzo Settore, per concludere il nostro ragionamento raccolgiendo quella che è la più “grande preoccupazione” di Francesca Danese, Assessore agli Affari Sociali del Comune di Roma, evidenziata in una bella intervista “Danese: «Vi racconto la mia svolta capitale»” rilasciata pochi giorni fa al portale web del settimanale Vita di cui riportiamo lo stralcio in cui ne parla:

(Vita) Quale [é la sua più grande preoccupazione: NdR]?

(Francesca Danese) – Mi preoccupano le cooperative di tipo B. Non dobbiamo buttare via “l’acqua sporca con il bambino”. Dobbiamo salvaguardare quella cooperazione sana che c’è, anche a Roma, e sono tutti quelli che hanno avuto le porte chiuse e non potevano più entrare. Ora la mia porta è aperta, e anche quando mi contestano (i luoghi del mio assessorato sono costantemente “occupati”…) sono aperta al confronto e al dialogo. Voglio far capire che il momento è difficile. Ma non vorrei che venga buttata via un’esperienza importante per questo Paese che ha consentito di dare lavoro ai portatori di handicap, ai detenuti, alle persone con HIV; a tutti quelli che avrebbero fatto fatica. Un lavoro che sto facendo è andare a guardare proprio quanto è applicata la  68/99 (la legge sull’inserimento lavorativo di fasce svantaggiate, ndr). Penso, confrontandomi anche con l’Assessore Sabella, che a volte il massimo ribasso d’asta non fa bene. Mi preoccupa anche che a volte può gareggiare solo chi ha un bilancio alto, che significa escludere a monte tutte quelle realtà, di cui Roma è piena, che sono piccole ma che conoscono bene il territorio e che lavorano con trasparenza e non sono mai rientrate dentro Mafia Capitale.

(V.) Come si può ovviare?

(F.D.) – Bisogna trovare un modo, anche Cantone fa riferimento a questo. Ma come si fa? Bisogna trovare un modo a partire da queste premesse. E su questo – sia detto per inciso – anche la riforma del Terzo settore ora al Senato dovrebbe fare un passaggio in più con una riflessione più profonda. Perché – e su questo sono in piena sintonia con Cantone – bisogna tornare alle origini dei valori della cooperazione

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Irene Ranaldi, Direttore di Sociale.it e socia lavoratrice della Cooperativa Sociale ed Integrata Capodarco, intervistata sulla vicenda della gara Cup del Lazio da Buongiorno Regione della Tgr Rai del Lazio

Insomma, non lo diciamo solo noi (sopra il video della mia intervista al Tgr Rai del Lazio sull’argomento), le clausole sociali rappresentano una garanzia contro i costi sociali della precarizzazione e della disoccupazione, mentre il massimo ribasso è in realtà, in termini economici e sociali, tutt’altro che un risparmio e rappresenta un rischio per la qualità dei servizi finali forniti al cittadino ed un attentato alla libera ed equa concorrenza fra imprese.
Esattamente quello che denunciamo per la gara Cup della Regione Lazio: non è forse giunto il momento di cambiare le cose e di farci ascoltare da chi ci amministra come cittadini, utenti, lavoratori e soci di cooperative per impedire che fatti del genere si ripetano?