Alzheimer malattia trasmissibile: i ricercatori divisi

L’Alzheimer è una delle forme più diffuse di demenza presenile

Perplessità su uno studio che dimostrebbe che la malattia neurodegenerativa potrebbe essere contagiosa

Mentre la ricerca è ancora impegnata ad individuare le cause ed una possibile terapia per il morbo di Alzheimer, la forma più diffusa demenza degenerativa presenile, uno studio ipotizza che la malattia neuro-degenerativa possa essere in qualche modo contagiosa. Gli esperti sono però prudenti nell’accettare i risultati di un’indagine realizzata nel 2015 che formula questa sorprendente ipotesi. Ricostruisce i fatti che qui presentiamo in sintesi un articolo apparso sulla rivista Scientific American. La scoperta nasce dall’esame anatomopatologico del cervello di 4 persone decedute tra i 40 ed i 50 anni di età a cui, nel corso della vita, erano stati somministrati ormoni della crescita di origine umana estratti da cadaveri.

La malattia di Creutzfeldt-Jakob, provocata dalle proteine definite prioni, ha i suoi equivalenti nei bovini con l’encefalopatia spongiforme e negli ovini con la scrapie

Analogie con la malattia di Creutzfeldt-Jakob

In qualche campione di tessuto vengono individuate tracce di prione, la proteina causa del morbo di Creutzfeldt-Jakob – noto anche come morbo della mucca pazza o encefalopatia spongiforme nella variante dei bovini e come scrapie negli ovini – ma il fatto davvero sorprendente ed inatteso è che i tessuti sono punteggiati dalle placche bianche caratteristiche dell’Alzheimer. È quasi del tutto noto il meccanismo di trasmissione del morbo di Creutzfeldt-Jakob attraverso l’ingestione o l’iniezione materiale umano o animale contaminato da prioni. Vista però l’età relativamente giovane dei soggetti esaminati, che farebbe escludere la malattia di Alzheimer, il sospetto è che con l’ormone della crescita insieme ai prioni sia stato trasmesso anche l’Alzheimer. Da qui l’ipotesi della trasmissibilità di questa forma di demenza presenile da individuo a individuo, ovvero la possibilità che i precursori della proteina ß-Amiloide, responsabile delle placche bianche caratteristiche della degenerazione del tessuto cerebrale provocato dal morbo di Alzheimer, possano essere essere trasferiti da una persona all’altra attraverso trasfusioni o trapianti. La ricerca, condotta da John Collinge, neurologo specializzato malattie neurodegenerative e a capo del laboratorio di ricerca sui prioni dell’Università di Londra, fin dalla sua pubblicazione Nature nel settembre dello scorso anno ha provocato accese discussioni non solo nel mondo accademico, ma anche, data la diffusione dell’Alzheimer e ai suoi crescenti costi sociali, nell’opinione pubblica.

Tessuti cerebrali con placche di proteina β-amiloide

Una scoperta che indica una direzione per la ricerca. Studiosi divisi sulla possibilità di contagio

Al di là dei comprensibili timori della gente comune per la possibilità che questa forma di demenza possa essere in qualche modo contagiosa, in realtà la ricerca di Collinge non fa che dare una prima conferma scientifica ad alcune teorie, basate su indizi ed analogie, che ipotizzavano che la “famiglia” delle proteine Amiloidi, legate a malattie neurodegenerative come appunto l’Alzheimer, ma anche il morbo di Parkinson e quello di Huntington, potessero avere caratteristiche in comune con il prione della malattia di Creutzfeldt-Jakob, inclusa la trasmissibilità. Non appena la ricerca è stata pubblicata sono state avviate in tutto il mondo altre indagini anatomopatologiche in questa direzione, tra cui uno studio che a gennaio ha fornito sostanziali conferme a questa ipotesi. Gli sforzi ora si stanno dirigendo nell’individuazione delle precursori delle proteine Amiloidi e di quali tra di esse siano quelle che producono danni. Molti esperti e ricercatori, però, invitano alla prudenza e ad evitare inutili allarmismi. “Dobbiamo ricordare che non ci sono evidenze conclusive che i precursori delle amiloidi possano trasmettere la malattia o che possano diffondersi nel cervello come prioni – precisa Pierluigi Nicotera, direttore del Centro Tedesco per le malattie neurodegenerative di Bonn – possono esservi altre spiegazioni biologiche”.

“Secondo me, tutte le amiloidi dovrebbero essere considerate pericoloso finché non viene dimostrato il contrario”, ribatte invece Adriano Aguzzi, da tempo impegnato nella ricerca su proteine amiloidi e prioni presso l’Ospedale Universitario di Zurigo.

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