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Senza gambe, in cima al Kilimanjaro

Tim Medvetz che aiuta Julian Torres a scalare uno dei punti più difficili del monte

Tim Medvetz che aiuta Julian Torres a scalare uno dei punti più difficili del monte

Entrambe le gambe amputate, Julian Torres riesce nell’incredibile impresa di scalare il Kilimanjaro

Avere entrambe le gambe amputate, e lanciarsi nell’avventura apparentemente folle di arrivare in cima alla montagna del Kilimanjaro, ovvero a 5895 metri di altezza.  Cadere più volte su rocce aguzze, vedere quello che rimane della gamba destra sanguinare copiosamente, e nonostante tutto, andare avanti. Man mano salire di quota, trovarsi in mezzo alla neve, alla pioggia, al vento freddo, alla grandine, a tutte le intemperie possibili, e continuare ad andare avanti. Alla fine, raggiungere la cima ed esclamare “We fuckin’ did it!“. E’ una bella lezione di vita quella che ha dato Julian Torres, un ex militare statunitense che diversi anni prima, nel corso di un combattimento in Afghanistan, aveva perso la parte inferiore di entrambe le gambe. Nonostante ciò gli avesse procurato terribili sofferenze anche fisiche, Julian si era tutt’altro che rassegnato a trascorrere il resto della vita su una poltrona, sia pure con la soddisfazione di veder crescere il figlio che aveva concepito assieme alla moglie Ashley prima dell’incidente. Il suo spirito si era visto già dal momento in cui, dall’ Afghanistan, aveva spiegato l’incidente alla moglie in lacrime “Hey, non perdere la bussola, la prossima volta che ci vedremo, sarò solo un po’ più corto” ed era riuscito, sia pure in un momento altamente drammatico, a farla ridere. Invece che  riprendere gradualmente ad uscire di casa ed ad essere indipendente, Julian aveva contattato Tim Medvetz, uomo molto vissuto che fa il singolare mestiere di allenare invalidi di guerra a scalare montagne, e si era imbarcato in quest’impresa impossibile. Solo sulla carta.

Julian supera tutte le difficoltà e arriva in cima

La squadra che ha affrontato l’impresa era composta da cinque scalatori: oltre a Julian Torres e a Tim Medvetz, hanno partecipato alla scalata anche Ken Sauls, Kevin Hwang e Dave Rothbart, un famoso scrittore del Michigan che poi ha raccontato l’avventura in un bellissimo articolo (in inglese) sul sito gq.com. Dave simpaticamente ha scritto: “Io ero chiaramente lo scalatore meno esperto e meno in forma della nostra truppa: ho appena compiuto i quarant’anni, ma in vita mia non ho mai preso le scale ogni qual volta ho avuto un ascensore a disposizione“. Julian, invece, è un combattente nato e lo è rimasto anche dopo essere tornato dall’Afghanistan: con le sue protesi di metallo e con i suoi bastoni si lancia nella scalata, metro dopo metro, della più imponente montagna dell’Africa. Spesso le rocce e le radici che incontra durante il percorso lo fanno inciampare e cadere più di una volta, ma lui tiene duro e vuole continuare anche quando gli si apre una ferita proprio all’estremità di quello che gli rimane della gamba destra. Un incidente che preoccupa persino lo spericolato Tim, perchè, dovesse insorgere un’infezione, la gamba destra dovrebbe essere ulteriormente amputata. Ma Julian, dopo un giorno di riposo e di cure, non si ferma neanche di fronte a questa terribile prospettiva e continua a scalare la montagna. Man mano che si sale di quota, il cammino si fa sempre più difficile, non solo per Julian, ma anche per gli altri quattro scalatori: infatti il clima è sempre più ostile e a 4000-5000 metri d’altezza la scarsità di ossigeno comincia ad avere effetti rilevanti, tanto da indurre gli scalatori ad aspirare ossigeno dalle bombole che si erano portati dietro per precauzione. Ma Julian, insieme agli altri, tiene duro e arriva fino in cima al monte, dove ci sono famose insegne su legno con scritto, tra le altre cose: “Congratulazioni, tu adesso sei nel punto più alto dell’ Africa“. La frase di Cicerone “Per aspera ad astra” (attraverso le asperità [si arriva] alle stelle) è perfetta per descrivere l’impresa di Julian.

Stringere i denti per arrivare lontano

Che dire? Sicuramente Julian ha portato a compimento un’impresa notevolissima e anche Tim Medvetz è stato straordinario nel prepararlo al meglio e ad incoraggiarlo, come ha fatto anche con altri disabili che ha trasformato in esperti scalatori. Verrebbe da dire “Tutto è possibile con la forza di volontà”, in realtà ciò non è sempre vero e occorre anche dire che Julian ha anche avuto una certa dose di fortuna, la classica fortuna che aiuta gli audaci: una caduta un po’ più rovinosa, una ferita un po’ più larga e Julian non sarebbe arrivato in cima al monte. Però la sua tenacia, la sua testardaggine nell’andare avanti nonostante le difficoltà, può servire di esempio a molte persone che magari rinunciano ad obiettivi ben più realistici a causa di difficoltà che, con un po’ d’impegno, si possono benissimo superare. Stringendo i denti di fronte alle difficoltà Julian, pur con una grave disabilità, è arrivato in cima al Kilimanjaro; viceversa, molte persone che hanno un atteggiamento arrendevole e fatalista di fronte alle difficoltà rimangono sempre prigionieri, se non delle mura di casa propria, della routine quotidiana e dei luoghi che frequentano abitualmente, magari per forza d’inerzia.