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Donne disabili e gravidanza

Gravidanza e disabilità

Gravidanza e disabilità

Barrire culturali e fisiche

Donne disabili e gravidanza: sono doppi gli ostacoli che deve affrontare chi desidera avere un figlio, dalle barriere architettoniche alla carenza di servizi, fino ai pregiudizi anche degli stessi sanitari a volte. Oltre alle barriere fisiche e culturali che una persona con disabilità incontra ogni giorno, altri ostacoli si aggiungono durante e dopo il periodo di gravidanza di una donna che vuole diventare madre. Un aspetto a cui non si pensa sono, banalmente, i lettini irraggiungibili per la visita ginecologica o per l’ecografia, a sale parto e punti nascita non accessibili, dalla carenza di servizi che accompagnano e seguono il periodo della maternità, ai pregiudizi che tuttora resistono nei confronti di chi ha una disabilità e decide di mettere al mondo un figlio. Dalla prospettiva di una donna normodatata si da per scontato che il lettino, ad esempio, sia posto in una determinata posizione. Ma non per tutte é raggiungibile.

La situazione in Italia

Ma quali sono i principali ostacoli che incontra una donna con disabilità che desidera diventare mamma? Ad approfondire le paure, i dubbi, i bisogni delle donne che intendono intraprendere una gravidanza è una ricerca che sta svolgendo una laureanda in ostetricia dell’Università di Sassari. «Durante il tirocinio in ospedale ho incontrato donne con disabilità che avevano deciso di intraprendere la gravidanza nonostante la paura di trasmettere la malattia al nascituro, altre che avrebbero voluto partorire spontaneamente e non col cesareo, altre donne che avrebbero voluto un sostegno da parte dei sanitari – racconta Susanna Usai – . Così ho deciso di svolgere la tesi sul supporto che può dare l’ostetrica alle donne con disabilità fisica che desiderano diventare mamme, anche perché mancano studi italiani sul tema e, nella maggior parte dei casi, il personale sanitario non sa come fornire loro un aiuto concreto» ha detto a Il Corriere della Sera. Il questionario, che si può compilare in forma anonima, vuole dare voce alle donne, a capire in quali barriere fisiche e mentali ancora s’imbattono se decidono di diventare mamme, a comprendere le loro difficoltà (se ce ne sono state) nell’intraprendere la gravidanza, durante il post-partum, al ritorno a casa col neonato. «Il personale sanitario nella maggior parte dei casi non sa come comportarsi – sottolinea la laureanda – . Ma proprio partendo dal loro vissuto è possibile capire di cosa hanno più bisogno, in che modo noi operatori possiamo migliorare l’assistenza e dare un sostegno».