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Tecnologia cyborg: il nostro cervello collegato a un computer può offrire dei vantaggi?

Tecnologia cyborg

 

Antonietta Mastrangelo

Tecnologia cyborg: il nostro cervello collegato a un computer può offrire dei vantaggi? Nel prossimo futuro le nuove tecnologie potrebbero fornire all’uomo capacità fisiche e cerebrali potenzialmente illimitate. Ma cosa resterebbe dell’essere umano? Nei prossimi cinquant’anni o forse di meno, non dovremo occuparci solo di aggiornare il software del cellulare, della TV o del computer, ma anche di tutti quei dispositivi con i quali saremo “collegati”. Di sovente saranno applicati per scopi terapeutici, come elementi elettromedicali o per sostituire arti e organi ormai non più funzionanti, ma in taluni casi, anche per migliorare la resa delle nostre prestazioni fisiche o cerebrali a livello artificiale. Tale processo è quello che gli esperti del settore definiscono “bioenhancement”, ossia i miglioramenti bio artificiali effettuati intervenendo sul potenziamento e/o miglioramento delle caratteristiche umane.

Intelligenza cyborg  

Nell’immaginario collettivo quando si parla di tecnologia cyborg, si richiama immediatamente alla mente l’immagine fumettistica dei personaggi metaumani, un po’ come avviene per i supereroi come “robocop”, “ironman” e molti altri sulla scia. La realtà però è un’altra: si tratta infatti certamente di protesi biomeccaniche super evolute, ma anche di interfacce uomo-macchina che, estenderanno le nostre facoltà cognitive; vale a dire, ci consentiranno di estendere la nostra memoria (tanto per utilizzare un linguaggio di tipo informatico), funzione questa la quale ci permetterà di ricordare più cose e di aumentare dunque anche l’attenzione. Quest’ultimo aspetto nella fattispecie, risulterà molto utile per intervenire nel rallentamento o blocco del processo di invecchiamento, del verificarsi di alcune malattie neurodegenerative (come ad esempio l’alzhaimer o nei disturbi della senilità di varia origine ed entità), ma anche per il miglioramento di alcuni disturbi dell’apprendimento infantile (vedi  l’adhd o i dsa, o il deficit dell’apprendimento cognitivo e molti altri). L’intelligenza cyborg rappresenterà in un prossimo futuro un valido alleato per la risoluzione di queste ed altre problematiche strettamente correlate al “bioenhancement” consentendoci di vedere più lontano o di sentire meglio, ad esempio. I risultati ottenuti dall’utilizzo di queste tecnologie non saranno solo ottenibili sul piano fisico, ma anche e soprattutto su quello etico. A tal proposito il rischio che maggiormente può concretizzarsi però, è che si possa perdere di vista la tipicità umana, pur con i suoi limiti, dell’essere persona e la si trasformi in una piattaforma biologica sulla quale aggiungere, costruire e potenziare. L’uomo  insomma rischia di diventare un contenitore dell’insieme delle proprie estensioni artificiali scelte ad hoc, così come si fa per un pc che ormai ritenuto obsoleto, si cerca di migliorare nelle proprie prestazioni, aggiungendo processori, memoria, o elementi aggiuntivi in più, per rendere migliori le sue prestazioni. Essere umano o metaumano? Lo sostiene Michael Bess, docente di storia alla Vanderbilt University che da diversi anni si occupa dell’impatto culturale delle nuove tecnologie. Lo studioso spiega come il pericolo di arrivare a considerare l’uomo alla stregua di una bella automobile sulla quale montare accessori sempre nuovi e potenti, sia assolutamente reale.
La disumanizzazione dell’uomo (metà uomo e metà superman ndr.) spiega Bess, non è un fenomeno nuovo: avvenimenti storici come il colonialismo e la schiavitù ne sono la prova storica. Ma quello a cui stiamo andando incontro spiega Bess, è piuttosto un processo di de-umanizzazione guidato dalla tecnologia e dalla cultura che domina il pensiero occidentaleQuesto avviene poiché la società ci vuole sempre più prestanti e competitivi sia dal punto di vista fisico che intellettuale, sempre più magri, più belli, sempre pronti a dare il massimo. Perché dunque non ricorrere alla tecnologia? Ma potremmo essere mai macchine perfettamente funzionanti? Il futuro descritto dallo storico è abbastanza inquietante: ci troveremo di fronte ad un essere umano, con le caratteristiche che gli sono tipiche, ma che rischiano di diventare delle  funzionalità, così come pure i talenti e le competenze oggi acquisiti in anni di studio o allenamento, che si trasformano in strumenti i quali possono essere acquistati come attrezzi sul mercato, mentre le debolezze e i limiti personali diventano difetti dai quali liberarsi. Certamente una prospettiva inquietante da immaginare.  A supporto potremmo citare alcuni futuri esempi: impianti cerebrali che riducono o annullano il bisogno di dormire e che ci permettono di essere sempre al massimo delle capacità, alla necessità, oppure che potenziano il nostro cervello permettendogli di imparare di più e in più fretta per arrivare prima del nostro collega a determinati risultati lavorativi o di studio. Evitare questi scenari distopici non sarà facile e Secondo Bess. Non sarà facile evitare questi scenari, e leggi, limiti così come regolamenti sull’impiego delle tecnologie serviranno a ben poco. Sarà compito dei singoli individui prendere coscienza con questa realtà  rimettendo se stessi al centro come persone e non come insieme di singole capacità o competenze.

 

Una questione di autocontrollo

In conclusione afferma Bess, la soluzione sarà dunque quella di selezionare attentamente i potenziamenti ai quali decideremo di sottoporci. Si tratterà insomma di fare delle scelte molto oculate, frutto del buonsenso, elemento che non si può aggiungere a miglioramento delle prestazioni (o ce l’hai oppure no). La domanda alla quale dovremo provare a rispondere non sarà più “Questa tecnologia, che cosa mi permette di fare in più rispetto a prima?” ma piuttosto “Questa bio-estensione di me stesso, contribuirà davvero a migliorarmi la vita? Come saranno i miei rapporti con gli altri dopo? Quali sono le cose che più mi danno soddisfazione”?  A chi lo accusa di rifiutare l’inevitabile avanzare del progresso, Bess risponde che rimettere l’uomo al centro è l’unica alternativa a uno scenario dove la competizione sfrenata in ogni ambito, professionale, sportivo, culturale, rischia di utilizzare la tecnologia, per trasformarci in cyborg, con una scala di valori completamente diversa da quella che abbiamo oggi e, probabilmente, non del tutto corretta. E di questo possiamo solo concludere che si tratta certamente di una visione molto, molto saggia, sperando che le prossime generazioni, possano mantenere questa peculiarità della propria umanità (la saggezza), un istinto di conservazione che da millenni ci ha protetto mettendoci al riparo dai pericoli.

 

 

 

 

 

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