Home » NEWS » Interdittive per Libero futuro, continua lo sciopero della fame di Enrico Colajanni

Interdittive per Libero futuro, continua lo sciopero della fame di Enrico Colajanni

Enrico Colajanni

Enrico Colajanni è l’uomo antiracket nudo e crudo che ha vestito i panni autentici dell’uomo onesto. Oggi, al sesto giorno di un assurdo sciopero della fame, che ci ricorda miseramente quanto il medioevo non sia lontano, porta avanti la sua battaglia contro le misure interdittive di due Prefetture Siciliane, poco riconoscenti dell’immensa mole di lavoro svolta dalle Associazioni del circuito Libero Futuro. La capofila, fondata dallo stesso Colajanni nel 2007, oggi rischia di essere praticamente smantellata da quello Stato che ha saputo ben sfruttare all’occorrenza ma squalificare alla bisogna…

Quattro Associazioni Antiracket della Sicilia occidentale, unico sostegno di molti imprenditori vittime di racket del pizzo e sempre in prima linea nell’impegno per la diffusione della cultura della denuncia, sono state messe al bando dalle Prefetture di Palermo e Trapani nella data inquietante del 19 luglio 2017 e 2018.

Cinque mesi dopo l’interdittiva della Prefettura di Palermo (19 luglio 2018)  che ha escluso Libero Futuro dalla lista delle associazioni antiracket, l’ex presidente Enrico Colajanni ha annunciato ai microfoni di Tgr Sicilia, uno sciopero della fame per sollecitare il Ministero dell’Interno e la Commissione Parlamentare Antimafia a provvedere al riesame delle motivazioni d’interdizione.

“Le nostre Associazioni hanno avuto scontri diretti con l’ex Presidente delle Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo, Silvana Saguto, nella fase in cui solo Giuseppe Maniaci, direttore di Telejato, parlava di loro”. Colajanni continua: “Abbiamo sostenuto il Prefetto Giuseppe Caruso quando a fine mandato, azzardò denunce gravissime, in qualità di Direttore dell’Agenzia Beni sequestrati e confiscati, sulla mala gestio del sistema”.

L’accusa di infiltrazione mafiosa, mossa nei confronti delle Associazioni, si infrange contro il dato incontrovertibile che tutti gli imprenditori citati nell’interdittiva, e assistiti negli anni dalle quattro associazioni, si sono costituiti parte civile e sono stati risarciti e lodati dalle sentenze. Nessuno di loro, inoltre, ha subito negli ultimi anni indagini per reati gravi né tantomeno per mafia.

In virtù delle interdittive prefettizie e delle misure preventive, molte imprese, un tempo lodate e osannate per il grande aiuto offerto ai meccanismi della giustizia, sono state affossate senza causa alcuna né indizi di reato, o forse da cause dettate dall’indifferenza generale sulle vicende delle Associazioni Antimafia che in Sicilia, soprattutto, disturbano potenti domini in precario equilibrio.

Le conseguenze dirompenti non si esauriscono ai danni diretti alle imprese e all’economia dell’indotto, ma si riversano anche su quelle Associazioni Antiracket che, pur agendo in virtù del loro mandato istituzionale e in stretta collaborazione con le forze dell’ordine e della magistratura, diventano oggi “inaffidabili”

Le cancellazioni a catena, operate dalle Prefetture di Trapani e Palermo nei confronti di LiberoFUTURO Bagheria e LiberJato Partinico nel 2017, LiberoFUTURO Palermo e Castelvetrano nel 2018, costituiscono l’esito chiaro di una politica di soppressione dello strumento di denuncia insito nello statuto delle stesse Associazioni.

Pertanto le ragioni di tale accanimento vanno ricercate altrove. <<La nostra propensione a criticare provvedimenti interdittivi insensati, come quello ricevuto dalla SIS per il passante ferroviario di Palermo, sicuramente ha irritato la nostra burocrazia. Oggi, però, scopriamo che a proporre quel provvedimento fu un certo Colonnello D’Agata della DIA di Palermo, finito di recente in galera con Antonello Montante. Le nostre critiche aspre alla Saguto ed il sostegno dato a TeleJato e Maniaci, mentre tutti tacevano, sicuramente non sono state gradite, così come il nostro plauso al Direttore Caruso dell’Agenzia dei beni confiscati, quando denunciava fatti gravi nella loro gestione. –  Continua Colajanni – Ma la nostra intenzione era ed è tuttora quella di contribuire, nel nostro piccolo, a collaborare con gli organi dello Stato, mettendo a disposizione quello che da volontari sappiamo meglio fare: parlare con gli imprenditori, stabilire un’alleanza con i cittadini sui temi della legalità, attraverso il progetto del consumo critico, e stimolare imprenditori sani nella gestione dei beni sequestrati e confiscati ai mafiosi, mettendo in evidenza lo scandaloso fallimento dello Stato sul tema della sottrazione dei patrimoni ai mafiosi e sul loro reimpiego. Alle Istituzioni, chiederemo una profonda revisione delle norme su sequestri e confische dei beni sottratti alle mafie e sulla loro gestione; la modifica degli istituti delle misure di prevenzione e delle interdittive; ragionevoli criteri per ottenere i contributi della Regione Siciliana a favore delle associazioni antiracket e, soprattutto, urgentemente che vengano revocate le decisioni adottate dalle Prefetture di Palermo e di Trapani ai danni delle associazioni, in modo da arginare le conseguenze devastanti che queste decisioni stanno provocando affinché le associazioni possano continuare a svolgere serenamente e proficuamente il proprio ruolo.

Lascia un Commento