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Internet delle cose: a rischio la privacy?

Internet of things: la discussion intorno all'hashtag twitter #internetofthings

Internet of things: la discussion intorno all’hashtag twitter #internetofthings

Nuove tecnologie e domotica: cosa fanno dei nostri dati personali gli oggetti smart nelle nostre case

Silenzio il nemico ci ascolta? Internet delle cose significa una rete di dispositivi collegati tra loro che dialogano per migliorare la qualità della vita nelle nostre case e nelle nostre città. Presto una nuova generazione di oggetti di questo tipo farà il loro ingresso nelle nostre vite. Frigoriferi in grado di avvertirci sullo smartphone se c’è cibo in scadenza o se occorre fare la spessa. Impianti d’illuminazione in grado di spengersi o di accendersi alla presenza di persone in una stanza, regolando la propria luminosità in base a quella ambientale o assecondando le nostre abitudini, televisioni in grado di registrare le nostre preferenze e di proporci programmi selezionati tra noi. Apparecchi elettronici ed elettrodomestici che già oggi sono entrati nelle nostre case. Solo alcuni di essi però, sono attualmente connessi ad internet allo scopo di migliorare il proprio funzionamento interagendo con altri apparecchi in modo intelligente. La connessione web, però, significa traffico di dati, alcuni dei quali riguardano i nostri comportamenti e le nostre abitudini quotidiane e possono quindi risultare sensibili.

Dagli USA un allarme per la privacy sul nostro stato di salute

I consumatori americani sono in subbuglio per due casi balzati agli onori della cronaca e che sono riportati dal famoso business magazine Forbes. Il primo è quello di Fitbit Zip, un dispositivo indossabile, connesso alla rete, che misura la nostra attività fisica: il gigante degli idrocarburi BP ha proposto ai propri dipendenti d’indossarlo sempre per monitorare a distanza il proprio stato di salute ed abbassare così i costi delle polizze assicurative sanitarie aziendali. Il vantaggio è reciproco, visto che le spese per questo tipo di coperture negli Stati Uniti sono molto alte e generalmente a carico del dipendente per intero. L’obiezione è, però, che in questo modo l’azienda è in grado di monitorare, indirettamente, le abitudini ed i comportamenti dei propri impiegati entrando nelle loro vite al di fuori dell’ambiente di lavoro. La discussione è aperta, ma il timore è che tali dati possano essere utilizzati anche ad altri scopi o addirittura ceduti. Il nostro stato di salute in futuro potrebbe quindi non essere solo una questione personale, ma anche le nostre case potrebbero essere “sorvegliate” da occhi indiscreti.

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Il caso Nest

Nest, un termostato intelligente, connesso e web la cui azienda produttrice è stata di recente acquistata dal gigante dei big data Google, ha infatti costituito il suo business non tanto sulla vendita dell’apparecchio, quanto sulla cessione all’industri elettrica dei dati sui comportamenti di un nutrito gruppo di acquirenti per permettere di gestire i loro consumi. L’accordo è spegnere condizionatori o il riscaldamento nelle loro case in caso di sovraccarico o se ravvisano sprechi, come la prolungata assenza di una persona in una stanza, in cambio di una cifra dai 30 ai  50 $ di rimborso annuo in bolletta per ogni termostato installato. Anche qui guadagnano tutti, gli utenti e l’azienda produttrice che si spartiscono il risparmio realizzato, circa 100 milioni di dollari all’anno, pari a una media di 80 $ dollari per termostato installato, e le aziende elettriche che ottimizzano la produzione e la gestione. Ma i dati personali, le abitudini ed i comportamenti degli utenti controllati fino al punto di sapere se qualcuno è presente nella propria abitazione oppure no? Il problema esiste e per ora viene risolto attraverso società terze che si fanno garanti del trattamento e della conservazione dei dati.

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Privacy, smart devices e internet of things: un problema che esiste

La rapida diffusione nella nostra vita  quotidiana di dispositivi intelligenti e connessi tra loro e al web espone sempre più i nostri dati sensibili ad essere violati: abitudini, comportamenti, relazioni, preferenze, desideri e, soprattutto, dati relativi alla nostra salute. In Italia, a tale proposito, è intervenuto il Garante per la privacy per verificare se ci siano violazioni da parte di app che utilizzano dati biometrici o altri dati sensibili. In questi casi abbiamo visto che i vantaggi sono per tutti, anzi costituiscono una nuova opportunità di business per potenziali start-up, ma non bisogna dimenticare che i nostri dati sono importanti prima di tutto per noi e rappresentano un valore per molti soggetti che potrebbero utilizzarli in maniera non trasparente.