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Esoscheletro: verso la realtà?

(Internet)

Un ragazzo disabile darà il via ai Mondiali di calcio con il pensiero

In passato, ci siamo occupati più volte dello stato della ricerca sull’esoscheletro, per rendere più agevoli i movimenti delle persone con parti del corpo paralizzate.  (Robotica per il welfare ed altri)

Adesso arriva la notizia che, in occasione dei Mondiali di calcio 2014, il 12 giugno a San Paolo un ragazzo disabile indosserà un esoscheletro che gli consentirà di dare simbolicamente il via alla manifestazione.

Il progetto Andar de Novo

La proposta è venuta dal neuro-scienziato Miguel Nicolelis, responsabile del progetto “Andar de novo” insieme a 170 ricercatori di diverse provenienze.

Un ragazzo indosserà un esoscheletro che gli permetterà di muovere gli arti semplicemente pensando: gli elettrodi posti sul cranio invieranno il segnale elettrico a un computer posto sulla schiena che lo trasformerà in comando motorio.

Secondo lo scienziato, l’ambizione è quella “di mandare in soffitta la sedia a ruote e di restituire il movimento a chi non può camminare”.

In effetti queste nuove tecnologie rappresentano una sfida per l’essere umano e per l’innovazione, dal momento che Abi Research prevede una crescita del 68% all’anno della diffusione di esoscheletri entro il 2020.

Gli attuali prototipi

Sono tanti i modelli già presentati sul mercato, come il prodotto israeliano, il ReWalk, la tuta robot in Giappone che ha vinto gli Edison Awards, il prototipo americano della EksoBionics.

In Italia vi sono il “Body extender” della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa e i prototipi dell’Istituto italiano di tecnologia (IIT) di Genova, con cui l’Inail ha recentemente stipulato un accordo triennale per la collaborazione.

Comunque, l’Istituto ha auspicato il superamento dei limiti dei modelli attualmente in commercio, soprattutto rispetto all’autonomia del paziente nella vita quotidiana al di fuori della propria abitazione, in base all’esperienza clinica maturata nel Centro protesi di Vigorso di Budrio.

I dubbi

In effetti gli interrogativi consistono non tanto nella capacità tecnologica fuori discussione, quanto sull’impatto reale sulla qualità della vita delle persone disabili. Può bastare la tecnologia a restituire l’autonomia a persone le cui funzioni sono state danneggiate da malattie od incidenti? Si potrà parlare di normalità quando per muoversi bisognerà indossare un nuovo scheletro, leggero o ingombrante che sia?

La parola finale spetterà alle sperimentazioni e all’esperienza personale di quelli che porteranno addosso i nuovi ausili. L’essenziale è che questi servano realmente all’integrazione delle persone con disabilità, e non solo alla visibilità di qualche ricercatore.