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Il cielo grigio della Cina

Il Tempio del Cielo, un famoso monumento di Pechino, offuscato dallo smog

Il Tempio del Cielo, un famoso monumento di Pechino, offuscato dallo smog

L’economia non può crescere senza limiti: la Cina ne è la chiara dimostrazione. Negli ultimi anni la Cina ha fatto registrare tassi di crescita del PIL che vanno dal 7% al 10%, ma la qualità della vita delle persone va sempre peggiorando. L’industrializzazione spesso scriteriata alla quale è stato sottoposto il territorio cinese a partire dagli anni ’70 ha portato a conseguenze nefaste per l’ambiente. Le strade di Pechino e di molte altre città sono di frequente avvolte da una fitta coltre di smog, che rende la visibilità difficoltosa e l’aria irrespirabile. Quando il grado di smog supera certi livelli, i cittadini delle metropoli hanno la spiacevole scelta tra barricarsi in casa ed andare in giro con le mascherine. Correndo in ogni caso seri rischi di salute: soprattutto nelle grandi città, infarto, cancro al polmone ed altre patologie respiratorie occorrono molto più di frequente rispetto alla media mondiale.

 

Il cielo di Pechino fra grattacieli e smog

Il cielo di Pechino fra grattacieli e smog

La concentrazione di PM2,5, una polvere che deriva dalla combustione del carbone e che penetra a fondo nei polmoni, è molto alta: tanto per fare un confronto, a Pechino essa è mediamente, all’incirca, 4 volte più alta che a Torino e Milano, che sono città che pure non brillano per la pulizia dell’aria.

Dalla terra all’acqua, tutte le forme d’inquinamento

Oltre all’inquinamento dell’atmosfera, le conseguenze dell’industrializzazione dissennata sono molte altre, andiamo a citare le più significative:
1. Contaminazione della terra.  Nelle zone industrializzate, la terra coltivata è in buona parte contaminata per varie ragioni: di frequente i campi sono irrigati con acqua inquinata oppure ricoperti di rifiuti solidi. Ciò ha conseguenze facilmente immaginabili sulla commestibilità dei prodotti agricoli, che possono costituire un serio pericolo per chi li consuma.
2. Rifiuti. In Cina, in generale, i sistemi di riciclaggio non sono adeguati a fare fronte all’intensa attività industriale e all’elevata popolazione: soltanto nel 2012 sono state prodotte trecento milioni di tonnellate di rifiuti. A partire dal giugno 2008, il governo ha proibito a supermercati e negozi di distribuire buste di plastica: ciò nonostante, è stato stimato che i cinesi hanno gettato via soltanto un 10% di buste di plastica in meno.
3. Rifiuti elettronici. In Cina è frequente un tipo di attività commerciale che, quando viene svolta in maniera scorretta, non è per niente positiva per l’ambiente: il riciclaggio di rifiuti elettronici, come televisioni, frigoriferi, computer, ecc., andati fuori uso. Come se non bastassero i rifiuti elettronici provenienti dall’interno, spesso ne vengono importati anche dall’estero.
Una discarica di rifiuti elettronici a Taizhou

Una discarica di rifiuti elettronici a Taizhou

Spesso, tale riciclaggio viene svolto in maniera impropria e favorisce il rilascio di sostanze inquinanti. Recentemente il governo ha provato a regolamentare le attività di riciclaggio dei rifiuti, ma con risultati non molto positivi.

4. Inquinamento dell’acqua. Le risorse idriche della Cina risentono sia di una carenza d’acqua in determinate regioni, sia di alti livelli di inquinamento dell’acqua. Anche in questo caso, il governo ha avuto difficoltà a fronteggiare le conseguenze incrociate della sovrappopolazione e dell’industrializzazione dissennata.

Polvere sotto il tappeto …

Il governo cinese, dagli anni ’70 fino a pochi anni fa, ha fatto ben poco per contrastare la crescita indiscriminata delle industrie: adesso sta gradualmente prendendo coscienza del problema, ma a detta di molti i provvedimenti presi negli ultimi anni sono ancora insufficienti. Alcune sono operazioni puramente di facciata: ad esempio, prima del vertice Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation) che si è tenuto a Pechino nel novembre 2014, il governo ha disposto la circolazione a targhe alterne e la chiusura di scuole e fabbriche. Per qualche settimana, il cielo di Pechino è tornato ad essere azzurro; ma poi, finito il vertice, le misure sono state ritirate e il cielo è tornato più grigio di prima! Si può ben dire che ciò equivale a nascondere la polvere sotto il tappeto in previsione della visita di un ospite importante …

Misure che non bastano

Il governo cinese ha preso misure anche a carattere più duraturo con la “Normativa di Protezione Ambientale” scattate con l’inizio del 2015. Tali misure includono, tra le altre cose, maggiori controlli sulle emissioni inquinanti, con un inasprimento delle sanzioni per le industrie che producono troppe emissioni e si rifiutano di modificare le loro modalità di produzione. I nuovi progetti che implicano un’eccessiva quantità di emissioni, possono essere bloccati sul nascere. Inoltre, le unità metereologiche e le unità ambientali collaboreranno allo scopo di evitare fenomeni di inquinamento molto intensi, come quello del febbraio 2014, quando una cappa di smog è arrivata a coprire il 15% del territorio nazionale, e sappiamo tutti quanto è grande la Cina. E’ opinione abbastanza diffusa, però, che queste misure siano ancora insufficienti a contrastare efficacemente i vari tipi di inquinamento.

Fabbriche ed emissioni inquinanti

Fabbriche ed emissioni inquinanti

Barbara Finamore, sul sito switchboard.nrdc.org del NRDC¹, una grande associazione ambientalista americana, scrive: “Molti aspetti della normativa ancora mancano della forza e della specificità necessaria per portare la qualità dell’aria che si respira in Cina ad un miglioramento generalizzato. La normativa manca di standard di qualità dell’aria basati sulle ripercussioni che essa può avere sulla salute. In più, essa manca anche di misure significative per ia diffusione delle informazioni, per il coinvolgimento della gente comune e per la risoluzione delle controversie di pubblico interesse.”

Perchè il cielo torni azzurro

L’esempio negativo della Cina deve farci riflettere sulla grande pericolosità di un modello economico che tende a massimizzare la produttività ad ogni costo. Purtroppo la concorrenza della Cina, non di rado, porta sia i governi che le industrie occidentali a trascurare la necessità di preservare gli equilibri ambientali, in una specie di corsa al ribasso. Gli scenari grigi e mefitici che contraddistinguono le metropoli della Cina, i grossi disagi e le devastanti malattie alle quali sono esposti i suoi cittadini, dimostrano al contrario la forte necessità di un modello economico sostenibile, che limiti al minimo indispensabile i danni per l’ambiente. In quest’ articolo su Amsterdam, e in quest’altro su Copenhagen, abbiamo parlato degli interessantissimi modelli “smart” in corso di sperimentazione in queste città, finalizzati a ridurre al minimo consumi ed inquinamento. Con la speranza che siano gli esempi portati da queste città a fungere da modello per l’ Europa ed il mondo intero. Cina compresa, naturalmente. Perché il cielo azzurro è un diritto di tutti.

¹ NRDC = Natural Resources Defense Council