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Come sarà il nostro prossimo futuro? La voce di 470 bambini e ragazzi durante la pandemia da corona virus

ph. elvira piazza

di Bruna Mazzoncini*

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Irene Sarti**


* Psicologa e psicoterapeuta, ha svolto attività clinica e di ricerca nell’Istituto di Neuropsichiatria infantile “Giovanni Bollea” di Roma e ha insegnato nelle Università Sapienza e Roma Tre.

** Neuropsichiatra infantile, già direttore dipartimento tutela fragilità Rmb; membro coordinamento pedagogico/specialistico del L.T.I. “Piero Gabrielli” del Teatro di Roma con Anna Leo pedagogista ed Elvira Piazza Neuropsichiatra infantile


Ci stiamo tutti chiedendo come sarà il nostro prossimo futuro, dopo l’impatto della pandemia da coronavirus sulla nostra vita pratica e sul nostro equilibrio psicologico, ma in particolare su quello dei più giovani. Per saperne di più e trovare alcune risposte, piuttosto che formulare pareri precostituiti, abbiamo preferito ascoltare i diretti interessati e dare la parola a un’ampia popolazione di bambini e ragazzi dai 4 ai 18 anni.

La premessa

La particolare situazione che stiamo tutti vivendo, a causa dell’epidemia da Coronavirus, ha determinato un capovolgimento difficilmente immaginabile della nostra quotidianità, che ha coinvolto: gli spazi dedicati alla famiglia, al lavoro, alla scuola, al tempo libero; i ritmi con cui eravamo abituati a svolgere le routine personali, familiari e gli impegni sociali; i progetti concreti e gli investimenti affettivi, rendendoli non più perseguibili, con le stesse modalità, nel presente e nel prossimo futuro.

Per i bambini e i ragazzi, il dover restare in casa, lontani da nonni, amici, insegnanti e dai tanti adulti che, a diverso titolo e con diversi ruoli appartengono alla loro vita “reale”, ha comportato un’improvvisa assenza di tutte queste persone dal loro mondo di relazioni e affetti e li ha costretti a riadattarsi velocemente a una dimensione esclusivamente “digitale”.

Era inevitabile chiedersi:

  • cosa comportasse vivere questa esperienza totalmente nuova, per tutti noi ma in particolare per i bambini e i ragazzi,
  • quali effetti si stessero determinando, quali conseguenze negative andassero al più presto evitate,
  • quali insegnamenti potessero essere recepiti e quali conoscenze potessero diventare un utile patrimonio da traghettare nella vita “del dopo”.

Le esperienze

Le nostre considerazioni prendono spunto dalle narrazioni raccolte:

  1. nell’esperienza romana del Laboratorio teatrale integrato (L.T.I.) “Piero Gabrielli”, condotto da Roberto Gandini, che coinvolge da 25 anni un’ampia popolazione in età evolutiva, che frequenta le scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado ed è rivolta a tutti, ma con una particolare attenzione ai soggetti più fragili o con una disabilità;
  2. nel lavoro clinico di psicoterapia con bambini e adolescenti;
  3. nei colloqui di supporto ai genitori, attivati per far fronte all’emergenza in atto;
  4. nell’attività di supervisione e consulenza psicologica a operatori sanitari impegnati in contesti di cura.

Tali esperienze, che appartengono in misura diversa a chi ha messo in comune questa riflessione, ci permettono di avere una visuale su un campione di 470 bambini/ragazzi di una fascia d’età molto ampia, dai 4 ai 18 anni, con e senza disabilità.

Abbiamo preferito non dedicare alla disabilità uno spazio specifico, in quanto ogni forma di diversità rappresenta una parte dell’insieme e lo attraversa in tutti i suoi aspetti.

Riteniamo, inoltre, che tutte le considerazioni relative ai disabili più gravi (che pure sono parte dei contesti descritti), quali la sospensione dei servizi domiciliari, dei centri diurni e della scuola stessa con conseguenze devastanti per le famiglie, visti i settori che coinvolgono, debbano essere oggetto di specifici interventi in ambiti dedicati.

A queste situazioni, soprattutto in vista della progressiva e precaria riapertura di alcune attività, ma non della scuola, va riservata una riflessione, non “a parte” dagli altri, ma approfondita e capace di trovare risposte adeguate che non limitino i loro diritti e la possibilità di usufruire degli spazi sociali spesso conquistati con tanta fatica.

Elenchiamo, senza alcuna pretesa di significatività statistica, gli aspetti che ci sembrano più interessanti da condividere con i genitori, gli insegnanti e con tutti coloro che si occupano di sviluppo tipico e atipico in età evolutiva. Ci auguriamo che una riflessione su quanto è stato sperimentato in epoca di coronavirus, nel bene e nel male, ci indichi i cambiamenti necessari da attuare nel nostro prossimo futuro.

I contenuti e le prospettive

L’emergenza

L’atto dell’emergere corrisponde all’affiorare e venire alla luce di qualcosa prima nascosto o comunque ignorato. Compare all’improvviso un pericolo: sconosciuto, ingannevole e strisciante.  Vengono presi provvedimenti, impartite regole.

D’un tratto sparisce un pezzo di mondo, quello degli incontri, dell’amicizia, degli amori, degli abbracci ma anche della differenza e dell’emarginazione. Tutte le certezze indiscusse crollano. Ognuno si scopre uguale all’altro, a cui non pensava mai di poter assomigliare.

L’emergenza rende uguali. Tutti spaventati e tutti più soli .

Come reagiscono i bambini e i ragazzi a questa emergenza?

Le modalità con cui un qualsiasi evento sfavorevole può essere conosciuto e compreso dipendono dall’età, dall’esperienza e dalla personalità del singolo individuo.

Per ognuno, il livello di maturità cognitiva ed emotiva influenza la capacità di far fronte a una nuova situazione.

Dal nostro osservatorio, quasi tutti, bambini e ragazzi, hanno dimostrato di capire molto bene cosa stava succedendo, cosa gli si stava chiedendo e cosa dovevano fare per evitare il contagio. Si sono anzi create situazioni in cui i comportamenti degli adulti sono stati criticati dai bambini, in quanto palesemente sbagliati, contraddittori, falsi.

Capire però che si deve sottostare a precise regole non coincide necessariamente con il saperle gestire anche sul piano emotivo.

Alcuni sentimenti manifestati dai bambini e dai ragazzi sono risultati più ricorrenti:

  • la paura per quello che può succedere: la perdita della loro quotidianità, degli amici, degli amori, della scuola;
  • la paura della morte, non tanto la propria, quanto quella delle persone care, in particolare dei nonni.

L’eccezionalità della situazione attuale è legata al fatto che la morte sembra irrompere nella realtà, non tanto attraverso lo sviluppo di una malattia conosciuta e prevedibile, ma in modo improvviso, causata da un nemico invisibile, non localizzabile.

Ancor più, per tutti quelli che, per fortuna, non hanno subito lutti di persone care, la morte irrompe non tanto nella realtà, ma nello spazio dei media con un bombardamento di notizie terrificanti, che non è facile arginare.

Nonostante tutto questo, i bambini e i ragazzi sembrano reagire positivamente e investire sulla realtà, fare progetti: “Non mi ferma nessuno, vado avanti da solo o insieme al coronavirus, se proprio non riusciamo a cacciarlo”.

Si scoprono grandi capacità di farsi carico di aspetti pratici legati alle routine, di mettere in atto autonomie e risorse insospettate.

C’è anche chi è sofferente: molti lamentano un sonno irregolare, anche legato a un’alterazione e perdita delle routine quotidiane; molti hanno uno stato d’ansia diffuso e permanente; molti presentano irrequietezza e alta reattività, con scoppi di rabbia non sempre controllabili.

Nelle situazioni più fragili emergono sentimenti depressivi, paura del futuro e perdita di speranza. Ovviamente, la presenza di pregresse psicopatologie rende la situazione più complessa e possono riemergere sintomatologie che si erano risolte.

Aspetti fobici, comportamenti ossessivi verso la pulizia, fantasie persecutorie, trovano facili giustificazioni nella realtà.

Si verifica anche il paradosso per cui persone con una disabilità che provoca pesanti limitazioni alle autonomie e ridotti contatti sociali, abituate da sempre alla clausura che la difficoltà impone loro, partono quasi avvantaggiati, più esperti di isolamento, e vivono un po’ più serenamente la condivisione della situazione, che mette tutti, realmente e finalmente, sullo stesso piano: “Il confronto con la normalità degli altri c’è sempre, ma è meno  pressante  e molto meno frustrante”.

Per ognuno di noi, una volta usciti dall’isolamento, sarà necessario trovare un equilibrio tra i necessari comportamenti di difesa della salute e i sentimenti con cui ci rappresentiamo il rapporto con l’altro, per evitare il rischio che ogni persona possa essere vissuta come pericolosa e tutto lo spazio esterno diventi minaccioso.

Il tempo

La nuova dimensione con cui vivere il tempo risulta per tutti una piacevole sorpresa: i ritmi, imposti dall’assenza di pressioni esterne, sembrano più a misura di bambino e di ragazzo e vengono percepiti come tali: “Finalmente posso stare un po’ di più a letto e fare tutto più piano senza che mi urlino”; “C’è l’appuntamento online con le lezioni, ma posso lavarmi dopo!”.

Si scopre un tempo diverso dello stare insieme, in particolare i più piccoli lo descrivono come una magia inaspettata: “È bello vedere che mamma e papà non devono scappare sempre via”; ”Si possono fare un sacco di cose insieme!”.

I più grandi scoprono aspetti sconosciuti dei genitori a cui prima non avevano assistito o a cui non avevano prestato attenzione: “Quando mamma fa le riunioni online ha un’altra voce, sembra una professoressa, cambia anche l’espressione del viso”; “ho scoperto che a papà piace far da mangiare anche se proprio non è capace”.

C’è una riappropriazione del proprio tempo, in uno spazio lasciato libero da tutti gli impegni precedenti: “Mi piace nuotare, ma dopo la scuola ero molto stanco e avrei preferito andare a casa”; “Sai che prima mangiavo a mala pena un panino in macchina, tra la scuola e l’andare a canottaggio?”.

I primi giorni sono strani, c’è lo spaesamento del tempo vuoto e la paura di annoiarsi, poi c’è la scoperta che si possono fare un sacco di cose e soprattutto è possibile scegliere che cosa si desidera fare, senza dover sempre inseguire programmi prestabiliti e organizzati da/con gli altri. C’è chi ha scoperto che gli piaceva fare le torte, chi si è inventato una variante di un gioco da tavola, chi ha deciso di iscriversi a corsi yoga online, chi ha imparato a dipingere le magliette con l’acqua delle verdure.

La sensazione piacevole di poter vivere tempi più rilassati accomuna bambini e ragazzi, disabili e non e coincide anche con il vissuto positivo di molti adulti.

I genitori però osservano che, per i piccoli, sono necessari molti stimoli per indirizzarli verso nuovi giochi: “Quando poi inizia, fa giochi bellissimi che non aveva mai fatto, ma fosse per lui sceglierebbe di stare sempre davanti a un video”; “Finora eravamo riusciti a distoglierlo dalla tv, ora abbiamo ceduto, è troppo difficile organizzare tutta la giornata”.

In presenza di una disabilità, il tempo più rallentato sembra inizialmente creare un clima più rilassato: “È più sereno e collaborativo, si è accorto subito che siamo più a sua disposizione”; “Certo che è diverso non dover correre al lavoro, riesco di più ad ascoltarlo e accontentarlo in ciò che vuol fare”; ma subito dopo c’è la preoccupazione di non riuscire a offrire al figlio una situazione sufficientemente stimolante e di non poter ovviamente supplire all’intervento specialistico di cui il figlio usufruiva.

Certamente, minore è l’autonomia del bambino, per età o per una disabilità, maggiore è la fatica del genitore, la preoccupazione che il figlio peggiori o regredisca.

Un tempo giornaliero di convivenza quotidiana così lungo, senza poter avere stimoli esterni e sostituzioni, rende inevitabilmente molto difficile gestire alcune situazioni più complesse, senza interruzioni: “Devo lavorare online più di quando stavo in ufficio, fare la mamma, la maestra e anche la fisioterapista, mi chiedo ogni giorno quanto riuscirò a resistere”.

La realtà s’impone con tutte le sue necessità e la sua drammaticità, ma c’è comunque lo spazio per una riflessione: “Se non avessi l’incubo che mio figlio deve essere sempre impegnato, se accettassi che un momento di attesa non è sempre un momento perso per la sua crescita, forse scoprirei un diverso modo di stare insieme”.

Lo spazio

Il confinamento non è democratico e non è uguale per tutti: è diverso a seconda del numero di stanze e del loro affollamento, è più o meno sopportabile se c’è un giardino, o almeno un terrazzino. Senz’altro, ogni casa sembra comunque troppo piccola e inadatta a contenere l’energia dei bambini: la vita all’aria aperta e il parco giochi rappresentano oggettivamente realtà insostituibili.

Bambini e ragazzi soffrono, tutti indifferentemente, di non poter uscire o di doverlo fare con particolari precauzioni: lo spazio della scuola, del fare teatro, il campo di calcio, o la palestra di danza diventano uno spazio del desiderio, investito di tanta nostalgia.

Un vantaggio, non trascurabile, della forzata mancanza di libertà sembra essere quello di far riscoprire a tutti l’importanza dei loro spazi sociali: “Ti giuro che non mi arrabbierò più quando dovrò andare a nuoto”; “Se mi avessero detto che non vedevo l’ora di andare a scuola non ci avrei mai creduto”.

In modo solo apparentemente contraddittorio, rispetto a una casa-gabbia, viene rivalutato lo spazio della propria stanza: li dove è possibile, non solo i ragazzi ma anche i bambini, scoprono il piacere di usare uno spazio proprio, che difendono in modo nuovo e personale.

C’è chi prova a spostare nel soppalco i vecchi giochi e i peluche troppo ingombranti, chi appende nuovi poster, chi chiede di togliere finalmente l’enorme scrivania tanto cara al papà.  Ci si può accontentare, in mancanza di meglio, di avere a disposizione un angolo speciale: c’è chi ha costruito una specie di igloo; chi ha requisito un tappeto su cui giocare, che nessuno deve calpestare; chi ha proibito a tutti di usare gli spazi che aveva liberato per sé nella libreria. Sicuramente il desiderio di una stanza tutta per sé, purtroppo quasi sempre irrealizzabile specie di questi tempi, accomuna grandi e piccoli, figli e genitori.

I genitori, in particolare le madri, vivono con insofferenza non tanto e non solo il dover stare a casa, ma il dover svolgere in un unico ambiente casalingo funzioni tanto diverse: “Se non mi ricordo di spostare il computer lo ritrovo condito di pomodoro”; “Un po’ devo fare la maestra, un po’ la segretaria che fa fotocopie, poi mi devo sbrigare a fare la lavatrice”; ”Sembra che ognuno faccia a gara a occupare più spazio, allargarsi sovrapponendo le proprie esigenze e persino i propri vestiti a quelli degli altri”.

I bambini instabili, ipercinetici, o, per diverse ragioni cliniche, non in grado di fermarsi su un’attività, ci mostrano tutta l’insofferenza del vivere in uno spazio chiuso.
La presenza di una disabilità dilata infatti ogni situazione e talvolta la esaspera: “L’unico spazio in cui sto sola è quando sono in fila al supermercato e posso finalmente telefonare a un’amica senza essere interrotta. Le sembra possibile arrivare a desiderare che una fila sia lunga?”

La famiglia

Su questo argomento sembra non esserci una via di mezzo, senz’altro per l’intensità dei diversi aspetti emotivi coinvolti: rispetto “a prima”, o si sta molto meglio o molto peggio.

Sul versante positivo, troviamo quasi tutti i bambini, fino a 7/8 anni, ai quali non sembra vero di poter avere i genitori a disposizione come mai era successo in vita loro: “Non è come la domenica, è molto di più perché non c’è il lunedì”; “Adesso al mattino mi fanno stare nel lettone e non mi sgridano più perché li ho svegliati”.

Per fortuna, a questi comportamenti si alternano anche grandi spinte all’autonomia e al voler essere di aiuto: “Ieri mi son vestito tutto da solo, anche i calzini“, “D’accordo con papà ho fatto una sorpresa a mamma e le ho portato il caffè a letto, ma non ci credeva”.

I ragazzi più grandi sottolineano di sentirsi più ascoltati, più riconosciuti nei loro gusti, interessi e in qualche modo più rispettati: “Anche adesso i miei genitori pensano di aver sempre ragione, ma almeno posso parlare senza essere interrotto”.

Non solo, come abbiamo già visto, c’è la rivelazione di lati sconosciuti del genitore, ma anche la scoperta di nuove alleanze e di nuove possibili somiglianze: “Sai che ho sentito la musica che piaceva a mio padre? Non è così grezza!”; “I film dell’orrore piacciono a me e a mia madre, e così mio fratello deve abbozzare”.

C’è anche lo spazio per guardare con più attenzione gli adulti e giudicarli: ”Tutti e due stanno con lo smartphone in mano molto più di me e a qualsiasi domanda mi dicono di aspettare. Ma non ero io quello che non rispondeva mai?”.

Sembra quasi che questa strana clausura permetta ai più piccoli di regredire un po’ e concedersi comportamenti ormai abbandonati e ai più grandi di sentirsi più maturi e autonomi, responsabilizzati dal dover far fronte tutti insieme alla situazione.

Sul versante negativo, troviamo tutte quelle situazioni in cui la vita in comune era già molto tesa, sia a causa delle dinamiche tra adulti, sia per le difficoltà di relazione tra adulti e bambini, sia per la presenza di particolari disabilità e sappiamo bene come sia difficile talvolta separare i diversi aspetti.
Nei casi di separazione conflittuale della coppia, o di divergenze più o meno esplicite tra gli adulti, il disagio si amplifica e investe tutta la famiglia, creando circuiti esplosivi di rabbia e di disperazione.

I bambini esasperano i loro atteggiamenti oppositivi, in una continua messa alla prova dell’adulto; i ragazzi minacciano addirittura di andarsene via da casa, e, non potendo rifugiarsi dai nonni, premono per andarsene da qualche amico o parente o dal genitore con cui non abitano abitualmente.

Nei casi di nuclei monoparentali, il peso di una quotidianità conflittuale impegnativa e protratta, senza supporti e possibilità di delega, è davvero molto faticosa da sopportare.

Gli amici

La sofferenza per l’interruzione dei rapporti con gli amici accomuna tutti, grandi e piccoli ed è senz’altro il sentimento doloroso riportato con maggiore frequenza. Ci sono però delle differenze.

Per i bambini più piccoli questa sospensione delle relazioni corrisponde molto spesso a una pressoché totale “sparizione” degli amici, non avendo a disposizione mezzi digitali personali né l’abitudine a mantenere scambi online.

I bambini dicono che vogliono ricominciare a giocare con i loro compagni, talvolta hanno paura di perderli, di non essere più scelti e di essere sostituiti, come amici del cuore, da altri bambini. I rapporti d’amicizia tra i piccoli sono molto intensi ma anche molto variabili e aleatori: “E se è ancora arrabbiato con me? L’ultimo giorno di scuola abbiamo litigato”.

Gli adulti non devono sottovalutare l’utilità di un loro supporto nel creare uno spazio di comunicazione on line possibilmente quotidiano: per esempio, fare una battaglia spaziale con i piccoli amici, anche se a distanza, può essere di grande aiuto nel rassicurare un bambino e fargli sopportare la separazione.

I ragazzi più grandi cercano di arginare l’assenza con tutti i mezzi che hanno abitualmente a disposizione, ma è come se la situazione reale li mettesse improvvisamente di fronte ai limiti di questi strumenti: “Più sto connesso più mi sento solo”.  I ragazzi scoprono allora la necessità di un rapporto più immediato e improvvisamente preferiscono la parola, la voce, all’invio di messaggi, la presenza in diretta piuttosto che lo scambio su instagram: “Sai che adesso ci raccontiamo come stiamo? Prima facevamo a capirci con gli emoticon”; “Abbiamo scelto noi gli esercizi e fare ginnastica insieme su zoom è molto più divertente”.
Il desiderio più forte è quello di ritrovare il gruppo, potersi abbracciare, fare tutto insieme in una ritrovata socialità: “Sai che è proprio vero che i social non fanno sentire per niente social?”.

Quelli che hanno condiviso l’esperienza di pratica teatrale, sembrano sentire ancora più forte la mancanza del contatto fisico, che del teatro è l’essenza, e cercano di ritrovare, nelle alternative che gli vengono proposte, quelle emozioni che facevano parte di ogni incontro, sia che si trattasse di riscaldamento fisico sia di improvvisazione teatrale. Questo sentimento di profonda e dolorosa nostalgia è presente in tutta questa popolazione in modo trasversale, al di là dell’età e della presenza o meno di una disabilità.

I ragazzi che in precedenza tendevano a isolarsi e a non partecipare alle uscite di gruppo con i loro pari, sono stati colti di sorpresa dalla scoperta che lo stare chiusi in casa potesse coincidere con un obbligo collettivo e non con una scelta personale. Tutti manifestano sconcerto e sollievo: “Per la prima volta mi sento come gli altri, non devo giustificarmi”; “Non ne potevo più di sentirmi sempre messo alla prova”; “ Da casa sono molto più simpatici, fanno meno paura”.

La scuola

“È difficile far finta di essere a scuola stando a casa”. Come può la scuola mescolarsi alla vita di casa senza snaturarsi? Come si può rinunciare all’autonomia e alla separazione dei due spazi, condizione fondamentale per un buon funzionamento di entrambi?

Per i piccoli della scuola dell’infanzia non sono state trovate soluzioni soddisfacenti e la relazione educativa si è quasi ovunque interrotta.

Ai bambini della scuola primaria sono stati proposti stimoli molto diversi: lezioni online, schede e compiti a casa, argomenti decisi dalla scuola ma affidati alla spiegazione dei genitori. L’insofferenza maggiore manifestata dai bambini sembra dovuta al confronto con i genitori- insegnanti, al di là di ogni ammirevole sforzo fatto dall’adulto che, comunque, viene rifiutato: “Non capisco, spiegano male, pretendono cose diverse da quelle che di solito vuole l’insegnante”;” Si arrabbiano appena non rispondo”.

Il disagio tra genitori e figli è assolutamente reciproco e legittimo in una confusione di ruoli e spazi.

Per i ragazzi più autonomi e più grandi l’utilizzazione delle modalità online sono più usuali e quindi meglio accettate; molti di loro si sentono anzi più esperti dei loro insegnanti e cercano di riprodurre gli stessi scherzi che facevano a scuola, scomparendo dal video come sotto il banco o provocando strane interferenze acustiche.

I bambini e i ragazzi, pur con una certa ambivalenza, vogliono che la scuola continui a esistere , ma contestano le modalità confuse con cui si son trovati a confrontarsi, i tempi di collegamento non ben programmati o troppo lunghi, l’utilità dei compiti, la disomogeneità di proposte da parte dei docenti, la scarsa integrazione tra l’uso delle parole e dell’immagine nelle spiegazioni: “Quando vado a scuola faccio i compiti a casa, ma adesso che senso ha farli come se niente fosse cambiato?”; “I professori dovrebbero usare meglio la loro chat per sapere ognuno cosa fa l’altro e quanti compiti possono darci”.

Non è certo questa l’età a cui si può chiedere troppa comprensione e benevolenza verso degli adulti senz’altro volonterosi ma talvolta inesperti e pasticcioni.

Le proposte di prosecuzione, con modalità online, delle attività extrascolastiche che stavano svolgendo, sia che si tratti di un corso di fotografia sia di danze caraibiche, vengono accolte   da tutti con grande interesse. I laboratori teatrali in particolare ottengono riscontri entusiastici e i ragazzi sottolineano che è stata una loro libera decisione frequentarli e che costituiscono un momento molto forte di coesione tra i compagni: “Fanno stare bene con sé stessi e ancor più con gli altri”. Il fatto che gli adulti stiano cercando in tanti modi di non arrendersi e di stare insieme a loro, li fa sentire orgogliosi di essere stati scelti per fare qualcosa di importante che non può essere lasciato da parte. 

Certamente la scuola si trova di fronte a una grande sfida che la può vedere: o ancorata a modalità anacronistiche e obsolete di insegnamento o traghettata nel futuro.

Si tratta di ripensare un modello didattico educativo che preveda: un uso integrato della didattica a distanza (DAD), la conoscenza diffusa di strumenti informatici, il controllo di strategie alternative di comunicazione.

In particolare, per tutte le situazioni di lieve o grave disabilità che richiedono un insegnamento individualizzato, vanno ipotizzate nuove strategie d’uso degli strumenti di lavoro, una riformulazione delle funzioni (insegnante di classe, sostegno, AEC) e spazi di collaborazione con i genitori che favoriscano una alleanza educativa, nel rispetto dei differenti ruoli.

Molte realtà contigue alla scuola, tra cui il laboratorio teatrale “Piero Gabrielli”, stanno mettendo in atto un’interessante sperimentazione della comunicazione a distanza, che può essere un valido contributo e confronto con altri spazi educativi.

In sintesi

Al termine di questa veloce carrellata sugli stati d’animo e sui comportamenti più frequenti messi in atto da bambini e ragazzi in epoca di coronavirus, l’ascolto di come hanno vissuto questo particolare momento storico ha fatto emergere molti aspetti interessanti a proposito dei rapporti, positivi e negativi, con le figure significative del loro mondo affettivo e molti interrogativi sui ritmi con cui vengono scandite le routine quotidiane.

Qualcosa è inesorabilmente cambiato: il virus ha fatto emergere la follia dei modelli sociali.

Nella progressiva uscita dall’isolamento, è necessario prendere in considerazione il fatto che un ritorno ai precedenti stili di vita sarà molto difficile e paradossalmente ci chiediamo quanto sia auspicabile, data la negatività dei tanti comportamenti che noi umani abbiamo agito nel nostro rapporto con l’altro e con l’ambiente.

I bambini e i ragazzi hanno fatto molte osservazioni puntuali e molte critiche che non possiamo ignorare e che rappresentano la base da cui partire, per fare sì che la vita “del dopo” possa essere ripensata e diventare migliore di quella “del prima”.

 

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