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Elettroceutica, una nuova disciplina a servizio del dolore e delle malattie

 

Elettroceutica

Elettroceutica

Novità in arrivo per i pacemaker e i sistemi controllati per il rilascio dei farmaci

In un futuro forse prossimo, i pacemaker saranno potrebbero essere alimentati da pile grandi non più di un chicco di riso: una nuova tecnologia wireless che verrà chiamata “elettroceutica”, una nuova disciplina in cui malattie e dolore potrebbero essere trattate utilizzando microimpianti ricaricabili al sole, semplicemente appoggiando sul corpo un piccolo generatore di onde elettromagnetiche.

La proposta viene dall’Università di Stanford, ed è stata messa a punto sfruttando una tecnologia simile a quella alla base del funzionamento dei telefoni cellulari per trasmettere energia a un chip collocato all’interno di un organismo vivente.

L’obiettivo finale dei ricercatori di Stanford era dimostrare che una volta entrate a contatto con la pelle le onde, generate da un carica-batterie esterno, potessero raggiungere pacemaker o altri apparecchi impiantati in un paziente e ricaricare le loro batterie.

Le nuove terapie in sperimentazione, mutuate dalla fisica, si vogliono ora affiancare ai tradizionali sistemi di cura basati sulla chimica o sulla genetica e la biologia molecolare. La nuova idea è quella di somministrare impulsi elettrici diretti a specifiche fibre nervose o a particolari circuiti cerebrali. Tutto si basa sul fatto che il sistema nervoso regola quasi tutte le funzioni dell’organismo, inviando ordini attraverso impulsi elettrici. Quando questi impulsi non funzionano bene, potrebbero essere corretti dall’esterno: in questo modo si potrebbe, per esempio, stimolare la produzione di insulina da parte delle cellule del pancreas per il trattamento del diabete, regolare l’assunzione di cibo per curare l’obesità, intervenire per controllare ipertensione e asma.

Questa nuova disciplina, l’elettroceutica, è ancora agli albori perché si tratta di mettere assieme competenze molto diverse. Per arrivare alla messa a punto dei dispositivi infatti, occorre un lavoro di squadra: i neuroscienziati che hanno il compito di mappare i circuiti nervosi, i bioinformatici che devono identificare le azioni tipiche di una malattia, i bioingegneri che sono chiamati a sviluppare dispositivi biocompatibili, gli ingegneri elettronici che si devono occupare dei microchip. E i chirurghi che, infine, dovranno impiantare questi dispositivi.

Il punto sulla sperimentazione

Finora gli esperimenti effettuati sui maiali hanno dimostrato che l’idea dei ricercatori americani è replicabile e si è riuscito a ricaricare un piccolo pacemaker impiantato in un coniglio. Ora, invece, si sta cercando di mettere a punto i primi test sull’uomo. Per adesso si sa solo che, stando a quanto spiegato dal team di ricerca e a quanto emerso da analisi indipendenti condotte da un laboratorio specializzato nel testare i telefoni cellulari, questo sistema si colloca ampiamente all’interno dei limiti di sicurezza imposti per la specie umana. Ora i ricercatori stanno mettendo a punto i primi test sull’uomo.