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Il 49° Rapporto Censis sulla salute

49° Rapporto Censis: «Salute a due velocità»

49° Rapporto Censis: «Salute a due velocità»

Un paese diviso anche sulla salute

Il 49° Rapporto Censis sulla salute parla di una «salute a due velocità». Un Paese a «bassa consistenza» e con «scarsa autopropulsione» sono queste le parole chiave della ricerca. Il Censis ha tratteggiato la situazione sociale dell’Italia nel 2015, nel 49° Rapporto diffuso negli scorsi giorni a Roma alla sede del Cnel. Un bilancio complessivamente piuttosto triste con un  Servizio sanitario nazionale indebolito, che rischia a breve di poter offrire, anche qui, solo un’assistenza a metà. Qualche giorno fa sul nostro portale abbiamo già scritto della rinuncia alle cure sanitarie in Italia. Durante lo scorso anno, nel 41,7% delle famiglie italiane almeno una persona ha dovuto rinunciare a una prestazione sanitaria. La causa? Oltre alla crisi, anche le lunghe liste di attesa nella sanità pubblica e i costi proibitivi di quella privata. È quanto emerge dal rapporto “Bilancio di sostenibilità del welfare italiano”  Tra erosione progressiva della spesa pubblica (-2,2% tra il 2010 e il 2014), liste d’attesa troppo lunghe e un senso di «insicurezza della salute» che inizia a diffondersi tra le famiglie, «ormai convinte che la sanità non possa dare tutto a tutti e a caccia di soluzioni». Chi può pagare si rivolge alla sanità privata ma nel 41,7% della famiglie si rinucia alle cure. La conseguenza è doppia. Da un lato, con un Ssn meno protettivo, aumentano i pazienti che per evitare le code infinite ricorrono a cure private pagando di tasca propria: la spesa sanitaria privata tra il 2007 e il 2014 è infatti passata da 29,6 miliardi a 32,7 miliardi (+10,4%). E aumentano anche i cittadini che rinunciano o rinviano le prestazioni perché impossibilitati a sostenere una spesa che risulta evidentemente eccessiva. In questa maniera sale la percentuale di famiglie in cui nell’ultimo anno almeno un membro ha dovuto rinunciare del tutto o rimandare prestazioni sanitarie: il 41,7%. Una media tra il 21,4% delle famiglie con redditi più alti e il 66,7% di quelle che dichiarano redditi più bassi.

Grandi disuguaglianze

Processi «in cui vincono i ceti forti economicamente o come capacità culturale o come abilità nel combinare soluzioni tra pubblico e privato». Gap e disuguaglianze si approfondiscono. Se per il 42,7% dei cittadini la sanità sta peggiorando, la stessa quota sale al 64% al Sud. E se il 55,5% considera inadeguato il proprio Ssr, la percentuale sale addirittura all’82,8% nel Meridione. Un calo di fiducia che si riflette anche sul livello di corruzione percepito: la sanità è vista infatti come un settore particolarmente esposto e il 44% degli italiani ritiene che tangenti e abusi di potere siano un malcostume diffuso (il dato Ue è al 33%). Dalle attività della Guardia di Finanza sulle modalità di impiego e utilizzo delle risorse pubbliche risulta che nell’anno 2014 e nei primi sei mesi del 2015 è stato accertato un danno per l’erario pari a oltre 5,7 miliardi di euro; di questi, i danni erariali in materia sanitaria assommano a 806.241.000 euro, pari al 14,1% del totale. Il costo sommerso, che condiziona e pesa come un macigno sulle scelte dei cittadini, sono i tempi di attesa. Tra pubblico e privato di fatto non c’è gara. Per una colonscopia senza biopsia si passa da 87,4 giorni nel pubblico a 7,8 nel privato (differenziale di 79,6 giorni). Per un’ecografia all’addome si passa da 79,5 giorni di attesa ai 5,5 giorni del privato a tariffa piena. In altre parole, chi può paga e si cura, chi non può aspetta e rischia di pagare un prezzo ben più elevato in termini di salute. Tra le persone che hanno effettuato visite specialistiche e accertamenti, rispettivamente il 22,3% e il 19,4% ha dovuto attendere perché privo di alternative. Si tratta di percentuali ridotte, «ma quando l’attesa c’è stata – spiega il Censis alla stampa – è stata consistente: in media, 55,1 giorni prima di effettuare l’ultima visita specialistica segnalata e 46,1 giorni per l’accertamento specialistico». «Attendere mediamente da poco più di un mese a quasi 2 mesi prima di effettuare una visita o un accertamento specialistico – commenta il Rapporto – inevitabilmente rende più lunghi i tempi di diagnosi, di presa in carico della malattia, di monitoraggio nel corso del tempo, il che può avere un impatto non irrilevante sulle condizioni cliniche del paziente».

Scarsità di informazioni

Un’altra difficoltà sentita dai cittadini è la carenza di informazioni su servizi e strutture a cui rivolgersi «che non sempre si rivela adeguata». E su questo fronte emerge il ruolo centrale dei medici di medicina generale. Il 57,3% degli italiani afferma infatti che la responsabilità di dare informazioni circostanziate ai propri pazienti dovrebbe essere del medico di famiglia. Mentre il 42,6% della popolazione ritiene che gli Uffici relazioni con il pubblico e gli sportelli delle Asl dovrebbero offrire informazioni più precise. Un italiano su 5 vorrebbe anche disporre di graduatorie sui servizi e sulla loro qualità basate sui giudizi dei pazienti. Un rapporto ancora lacunoso con la pubblica amministrazione frutto anche dei ritardi nella «transizione digitale». La sanità elettronica in effetti arranca: basti pensare che solo il 16,7% degli utenti web ha prenotato online visite mediche e il 10,6% accertamenti diagnostici. E risulta ancora molto limitato anche l’accesso al fascicolo sanitario elettronico (7,6%), innovazione che nei prossimi mesi potrebbe essere destinata a una maggiore diffusione. Ma il ritardo riguarda in generale tutta la Pa. Il numero di utenti internet che interagiscono attraverso moduli compilati online è ancora molto basso (solo il 18%), sia nel confronto con la media Ue (33%), sia perché è cresciuto di appena un punto rispetto all’anno precedente. Contatti con la Pa solo per il 36% degli internauti italiani, una percentuale inferiore di almeno 20 punti rispetto ai francesi (74%), ai tedeschi (60%) e agli inglesi (56%). Insomma le cure pubbliche vacillano e l’e-health può attendere.