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L’esperienza degli empori solidali

Empori solidali

Riportiamo per intero questo articolo di Paola Springhetti di Reti Solidali sull’importante esperienza degli empori solidali:

“Nel Lazio gli empori solidali sono 10 e sono a Frascati, Mentana, Rieti, Sora, Viterbo e cinque a Roma. Sono pochi, rispetto ad altre regioni, come la Lombardia, che ne ha 24, l’Emilia Romagna (21), il Piemonte (18), il Veneto (17). Peccato, perché all’interno delle strategie di lotta alla povertà, gli empori rappresentano uno strumento interessante di aiuto, soprattutto per quelle famiglie che si trovano in condizione di bisogno temporaneo.
Una ricerca di CSVnet e Caritas Italiana ha mappato queste esperienze: i dati sono raccolti nel primo rapporto “Empori solidali in Italia”, il cui testo è disponibile a questo link.
CHE COSA SONO. Gli empori solidali sono spazi organizzati come piccoli market, in cui le persone possono scegliere i prodotti di cui hanno bisogno: e possono ritirarli gratuitamente. I prodotti vengono raccolti attraverso donazioni di privati o di altre organizzazioni di terzo settore, a volte grazie a raccolte porta a porta o di altro tipo.
Hanno accesso agli empori persone le cui condizioni di difficoltà sono state verificate sia attraverso la documentazione reperibile (soglia Isee, Irpef) sia attraverso colloqui individuali e a cui vine chiesto di “firmare” un “patto” i accesso.
Gli empori sono quasi sempre gestiti da organizzazioni non profit , nella maggior parte dei casi associazioni (52% ),  ma anche enti ecclesiastici diocesani o parrocchie (35%) e cooperative sociali (10%), solo il 3% è gestito da enti pubblici. Forte l’impegno delle Caritas (quelle diocesane hanno un ruolo in 137 empori e spesso ne sono le promotrici dirette), ma anche dei CSV, che supportano 79 empori.
L’indagine ha mappato 178 empori solidali, ma un’altra ventina stanno nascendo. Sono per lo più esperienze giovani (il 57% ha aperto tra il 2016 e il 2018), rimangono aperti due o tre giorni a settimana, e, dall’apertura al 30 giugno 2018, hanno servito più di 99mila famiglie e 325mila persone, di cui il 44% straniere. L’utenza è giovane: più del 27,4% (di cui un quinto neonati) ha meno di 15 anni, appena il 6,4% supera i 65.

Più dei tre quarti degli empori pongono un limite temporale di accesso, spesso rinnovabile, e l’86% degli presta ulteriori servizi ai beneficiari: come accoglienza e ascolto, orientamento al volontariato e alla ricerca di lavoro, terapia familiare, educativa alimentare o alla gestione del proprio bilancio, consulenza legale eccetera. Più della metà propone ai beneficiari lo svolgimento di attività di volontariato.

Oltre ai cibi non deteriorabili, gli empori solidali offrono una vasta gamma di prodotti: frutta e verdura, alimenti cotti e surgelati. E poi prodotti per l’igiene e la cura della persona e della casa, indumenti,  prodotti farmaceutici, perfino alimenti per gli animali. Importanti i prodotti per bambini e ragazzi: giocattoli, articoli per la scuola e prodotti di cancelleria (un piccolo contributo per prevenire la povertà educativa) e soprattutto alimenti per neonati.

LE RETI. Per fare tutto questo gli empori solidali lavorano i rete con altre realtà del territorio: non profit (a partire dal Banco Alimentare), privati ed enti pubblici. Questo per garantire la sostenibilità attraverso le donazioni di prodotti e beni, ma soprattutto per inserire i beneficiari in percorsi di riscatto: l’emporio, insomma, è parte di una strategia di intervento più ampia.
La collaborazione con gli enti pubblici è stretta: sono 300 i Comuni coinvolti, soprattutto per affrontare insieme il tema dell’accesso e dell’accompagnamento dei beneficiari.

Interessante il dato sulle imprese: sono più di 1.200 (soprattutto supermercati e piccola distribuzione alimentare) quelle che collaborano con gli empori. È da esse che arriva il volume maggiore dei beni che gli empori distribuiranno.
I VOLONTARI. L’esperienza degli empori solidali si regge sul volontariato. Sono stati 5.200 (32 in media) quelli che hanno lavorato in questi anni e 3.700 (21) quelli attivi al momento della rilevazione (e molti sono stranieri, in media 4 per emporio).  Si occupano dell’approvvigionamento  e della distribuzione, ma anche dell’amministrazione, del coordinamento e naturalmente della governance.
Al momento della rilevazione c’erano però anche  178 gli operatori retribuiti, presenti in 83 empori.
E bisogna aggiungere che gli empori sono spesso attivato di volontariato occasionale: per la raccolta di cibo o per altre attività collaterali.
I PUNTI DI FORZA. Il rapporto mette in luce tre punti di forza delle esperienze degli empori solidali:
la «capacità di mettere in discussione prassi consolidate di aiuto materiale». Un modo più efficace, più rispettoso della dignità delle persone (il fatto stesso che possano scegliere i prodotti va in questa direzione), meno assistenzialistico dei tradizionali pacchi alimentari e di iniziative simili.
il fatto che sono un servizio non solo “benefico”, ma anche rigoroso e competente: nello stabilire i criteri di accesso – spesso in collaborazione con i servizi pubblici, nel costruire “patti” con i beneficiari e nel costruire percorsi di accompagnamento.
il fatto che sono un «terminale di un sistema che provvede all’aiuto materiale nell’ambito di interventi fortemente relazionali e promozionali». Il servizio di ascolto e le attività collaterali (laboratori, formazione, sostegno scolastico ai bambini…) sono elementi essenziali per innescare percorsi di riscatto.
LE PROSPETTIVE.  Durante la presentazione della ricerca, il 5 dicembre a Roma,  è stata presentata anche l’esperienza degli empori dell’Emilia Romagna che, come abbiamo detto, ha 21 empori, almeno uno in ogni provincia. Le varie esperienze si sono messe in rete e si sono date una struttura leggera ma articolata, con referenti, segretari facilitatori (grazie al sostegno dei CSV), portavoce, gruppi di lavoro. Inoltre la disponibilità a lavorare in partnership con le strutture pubbliche ha fatto sì che gli empori solidali siano ormai parte integrante delle politiche regionali contro la povertà.
Un’ulteriore conferma che, se non restano isolate, gli empori possono essere un tassello importante nella lotta alla povertà.

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